Oral Trad

Oral Trad: il vecchio come nuovo futuro? Una nuova via per Arrampicata Verona APS?

Devo stare attento… molto attento! La via non è difficile eppure sono teso come un violino perché l’arrampicatore sulla mia destra, incautamente partito dopo di me, ma su una via banale, comincia a tremare: il suo piede sinistro balla senza fine. Durerà? Riuscirà a riprendere il controllo del suo corpo? Non penso… ed infatti dopo pochi secondi piomba giù a peso morto, anche la sicura del compagno non mi sembra all’altezza… beh subito dopo me lo trovo addosso avendomi sbattuto contro, lateralmente – ciao, piacere di conoscerti! – dico ironico al teutonico.

Non cado, ma gli impreco diverse parole i cui concetti comprendono quello di valutare bene la situazione prima di partire, di avere pazienza quando serve ma soprattutto di non starmi appiccicato! Capisco che sia abituato alla sola plastica dove si sale come polli in batteria, ma qui è diverso!

Allora mi sposto su una via-progetto che vorrei liberare: accidenti è presa d’assedio fin dalla prima mattina e l’hanno “montata” come riscaldamento aiutandosi col beta-stick ed ora hanno intenzione di passarci tutta la giornata o forse l’intero weekend per provare a liberarla, magari con la corda dall’alto.

La mia lotta giornaliera è iniziata prima, cercando un parcheggio, poiché l’area parcheggio è veramente limitata e non vorrei infastidire i proprietari dei terreni che gentilmente chiudono un occhio davanti alle nostre piccole ma fastidiose trasgressioni.

Si, è una piccola falesia del veronese baciata dal sole e spesso, d’inverno, ci si ritrova tutti lì. Tutti i climber della pianura padana prendono d’assalto i nostri territori. Anche d’estate le situazioni sono simili: ci sono poche falesie fresche e tutti i climber della pianura padana le affollano.

Ricordo una nostrana campagna pubblicitaria… “le montagne più vicine alla pianura padana”: davvero una bella cosa, davvero un incentivo ad ammassarci tutti quanti.

Noto che la situazione è peggiorata da quando è stata pubblicata la guida delle falesie di Verona. Mi chiedo quanto peggiorerà la soluzione quando uscirà, e uscirà di sicuro, la guida delle falesia edita dagli austriaci.

In realtà le cose sono peggiorate da quando il King Rock e le tante palestre indoor hanno aperto i battenti sfornando centinaia di aspiranti arrampicatori che arrivano dal crossfit, dal pilates, dal downhill…  senza la corretta sensibilità ambientale e la conoscenza storica di questi luoghi.  Onestamente non so se il danno maggiore sia stato fatto dalle palestre indoor o dalle guide pubblicate.

Il rischio quale è? Tralasciando la sostenibilità ambientale cioè la capacità di accogliere una massa imprecisata di arrampicatori, il vero rischio irreversibile è il consumo della roccia che non è infinito, il rischio tangibile è che la roccia diventi troppo levigata, “unta” diciamo in gergo, precludendo così la possibilità ed il piacere della scalata: abbiamo esempi tangibili nelle falesie della Valle del Sarca o nella nostrana Marciaga.

C’è un intero popolo tecnologico di climber, dotato di connessioni internet e furgoni, che appena captata la notizia sui social di un nuovo spot o di uno spot rimesso a nuovo, è pronta a salire o a calare in massa, come i Lanzichenecchi.

Lo so che io dovrei solamente stare zitto visto che ho contribuito alla stesura della guida, cosa di cui, dopo un anno di riflessione, mi sono davvero pentito, ma non solo, anche tramite il King Rock Journal, ho personalmente contribuito alla diffusione di informazioni su alcune falesie di Verona. Sono stati errori di comunicazione, forse inevitabili, che oggi si pagano cari.

Complice la diffusione dell’arrampicata – un vero e proprio boom, persone che oltre all’indoor vogliono capire cosa significhi scalare su roccia –  le nostre falesie, ricche di vie di media difficoltà con gradi cinque e sei, sono diventate troppo piccole, troppo antropizzate, troppo invase da un popolo nomade.

Come fare allora per difendere le falesie?

Torniamo ad un rapporto semplice con le rocce. Recuperiamo lo spirito essenziale dell’arrampicata fra amici degli anni 70-80. Abbandoniamo le infrastrutture di connettività e social quando tocchiamo le rocce. Copiamo dai pellirossa… riprendiamoci un rapporto semplice e diretto con le diverse ed eterogenee comunità degli arrampicatori. Ritorniamo alla tradizione orale gelosamente passata di bocca in bocca. Diamo nuovo valore alla parola. Diamo nuovo valore all’amicizia, al gruppetto di adepti, al rapporto maestro-discepolo.

Recuperiamo il mistero, il senso di avventura, il gusto dell’ignoto, la gioia di lasciare uno spazio bianco anche per le nuove generazioni.

Arrampicare è conoscenza, è muoversi cauti in un ambiente ostile. Arrampicare è anche tornare indietro laddove l’incognito spaventa – una bella, difficile e significativa via in Marmolada si chiama proprio Terra Incognita. Tornare indietro… per ritornare più allenati, con maggiori conoscenze, più motivati.

L’incognita possiamo ritrovarla praticando l’Oral Trad, sì proprio la “tradizione orale”.

Lo so che vi sono falesie trad, cioè dove si arrampica proteggendosi con friend ed altri attrezzi mobili. Ma qui è diverso. Qui parliamo di falesie Oral Trad, che passano, a volte di bocca in bocca, o che a volte rimangono nascoste, i cosiddetti secret spots.

Ovviamente ci saranno molte falesie, e saranno la maggioranza, che sono ampiamente relazionate sulle guide ma che avranno vie nuove, senza etichetta, senza grado… ed allora la falesia diventa anche scoperta, micro-avventura.

Non sarà facile fermare la vanagloria degli apritori o grafomani, come il sottoscritto, che difficilmente resisteranno alla tentazione di non mettere nero su bianco questa nuova via o questo nuovo settore.

Ma è un modo, a basso rischio, di ritornare allo spirito originario dell’arrampicata, quando si arrampicava in pochi, ci si conosceva tutti… e le guide non servivano anche perché non c’erano.

Riprendo quindi la mia domanda: come fare allora per difendere le falesie?

Ci sono due modi: renderle repulsive con chiodature lunghe old-style – tipo Ceraino – o renderle invisibili o meglio meno visibili.

Delle due soluzioni la più accettabile  mi sembra quella di mimetizzarle: nessuna indicazione, nessun nome alla base, nessuno schizzo pidieffe sui social, nessuna pubblicazione su nuove guide ma ovviamente solamente una giusta e rigorosa manutenzione.

C’è ad esempio la falesia …omissis… conosciuta da almeno quarant’anni, una struttura molto interessante, in un luogo altamente suggestivo, con roccia discreta, a pochi minuti dall’auto e che per una serie di ragioni non è mai stata oggetto di sfruttamento  “arrampicatorio” intensivo: è chiodata, non esistono schizzi pidieffe, non esiste per le guide cartacee, raramente frequentata. Sono sicuro che un bel post su facebook potrebbe renderla di moda, sono sicuro che un bello schizzo invoglierebbe all’arrampicata diverse cordate… ma è meglio lasciarla così come è.

L’idea è quella di ritrovare il gusto dell’avventura e dell’incognita con l’obiettivo di scoraggiare i più pigri.

L’idea è quella di ritornare ad uno stato pre-boom-arrampicata o, se volete un futuro distopico, ad uno stato post-atomico.

Già vedo l’obiezione che mi viene posta: ma quando esci dalle falesie di Verona, anche a te fa comodo avere informazioni aggiornate e corrette per evitare di perdere tempo e di ravanare su pareti magari poco interessanti… 

Vero! Ma a questa obiezione sensata, la mia risposta sintetica è di nuovo Oral Trad: cioè vuol dire che il nostro agire da turista delle falesie sarà meno mordi-e-fuggi, cercheremo di entrare in relazione con qualche local o comunque ci accontenteremo di informazioni meno precise e accetteremo che ci siano “spazi bianchi”: tutto questo mi sembra un accettabile compromesso se la nostra esperienza verticale diventerà più selettiva e meno di massa.

Mi dicono che tutto questo è un puro sogno utopistico… è vero, io sono il primo che non ci crede o meglio, avendo usato la metafora dei Pellirossa, so benissimo che quest’idea, questa proposta di nicchia, oltranzista e controcorrente verrà schiacciata dal mercato dilagante e prorompente dell’arrampicata esattamente come è avvenuta l’estinzione dei Pellirossa.

Ma a Verona ci sono già diversi apritori che agiscono così, sotto il pelo dell’acqua. C’è chi fa una massiccia opera di manutenzione, a regola d’arte, in diverse falesie ma raramente rende noto quanto fa. C’è chi agisce in silenzio, ma agisce senza nascondersi e garantendo altissimi standard qualitativi.

Penso che Arrampicata Verona APS possa farsi interprete, al di là del nome migliorabile dell’iniziativa, di un nuovo modo di non-pubblicizzare e di valorizzare le falesie di Verona che non passi attraverso i social ma passi solo attraverso la costante azione collettiva sul territorio fatta di giornate sui sentieri, in parete, confrontandosi fra amici avendo a cuore la sicurezza degli arrampicatori e l’amore per il territorio verticale, lasciando come segno un semplice cartello comunicativo in cui si rivendica la paternità delle manutenzioni effettuate e magari si stende la mano per donazioni attraverso un QRCode…

E’ semplicemente un modo per difendere le pareti dalle invasioni. Funzionerà? Non funzionerà? Proviamoci!

Massimo Bursi


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