Massimo Bursi

C’è un momento in cui la roccia smette di essere solo una sequenza di appigli da stringere e diventa una stratificazione di storie. Massimo Bursi, che io chiamo “custode delle Storie minori”, lo sa bene. Ingegnere prestato al management professionale e familiare (quattro figli sparsi per il mondo, che sono già di per sé una bella via di più tiri), Massimo è animato da un’energia vulcanica che si concretizza in svariati rivoli di lava consolidata: alpinismo, arrampicata sportiva, bike packing, sci da fondo, skiroll e scrittura. Uno che, nel cuore della notte, è ancora capace di sognare linee da salire e montagne da andare a toccare. Uno che, nel cuore della notte, può essere impegnato nel duecentoventesimo Kilometro della Nordenskiöldsloppet o nella scrittura della prima pagina di un nuovo libro. 

Cresciuto negli anni d’oro dell’esplorazione veronese – quelli delle piastrine selvagge a Brentino – Massimo ha accumulato ben più di un quarto di secolo di parete, aggiudicandosi anche un Premio Biasin con quella sana e dichiarata ironia di chi sa che nell’ambiente della montagna, spesso, la storia non la fanno i più forti, ma chi ha la pazienza e la voglia di scriverla.

Ma la cosa che più mi affascina di Massimo non è dove mette le mani, gli appigli che riesce a gestire o i bastoncini che tiene per ore, mi attrae dove riesce ad infilare la penna; “ben dentro il vostro orgoglio” per dirla con Guccini.

 Per lui la storia dell’alpinismo non è un monumento di marmo intoccabile eretto dai vincitori ufficiali per celebrare sé stessi. Il suo è un approccio dinamico, quasi artigianale: Massimo ama “rumare”, frugare tra le lettere ingiallite, intervistare i testimoni dimenticati, andare a verificare di persona, tiro dopo tiro, se la “vulgata” corrisponde al vero. Non a caso Alessandro Gogna lo ha voluto per firmare un capitolo cruciale della Storia dell’alpinismo uscita sul Corriere della Sera.

Il suo vero capolavoro, il suo 7b tanto agognato, è l’archeologia umana. Massimo è un cercatore di quelli che lui chiama “i relitti sul fondale”: quegli scalatori immensi ma schivi, passati sulla roccia senza lasciare traccia scritta. Che si tratti del bizzarro Georg Haupt che saliva nudo fumando il sigaro nel 1910, o del riscatto storico di Emil Lettembauer (l’odontotecnico che aprì la Solleder al Civetta usando i cunei di legno), Massimo restituisce dignità alla dimensione corale della scalata.

Ci insegna che conoscere la storia non è un esercizio intellettuale da salotto, ma una competenza da parete: ti permette di entrare nella testa di chi è passato prima di te, di capire perché ha scelto una fessura invece di una placca, e di decifrare la severità di un quinto grado a seconda dell’epoca e di chi lo ha chiodato.

Con Massimo Bursi siamo in debito per queste pagine di “Memorie Verticali”. Con la sua parlantina a fiume e la sua passione debordante, incarna l’anima più autentica di queste nostro archivio digitale. Ci ricorda, a ogni riga, che la storia non è roba d’altri tempi: è un filo teso che unisce il passato al nostro presente. E che, in fondo, quella storia siamo noi. Nessuno escluso.

Andrea Tosi


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