Sergio Coltri

Sergio Coltri mi accoglie a casa sua a Spiazzi — contrada Coltri, via Coltri: impossibile sbagliarsi — insieme a Giuliana Steccanella, che ha preparato un’ottima cena con ingredienti sani e genuini. Ho anche l’occasione di assaggiare il salame fatto da Sergio, decisamente più digeribile di molti suoi itinerari indigesti in Val d’Adige. Nel corso della serata intuisco una forte intesa tra Sergio e Giuliana, cementata dalla stessa passione per la montagna e dall’inevitabile peso delle prove della vita.

Sergio Coltri è nato a Caprino Veronese nel 1955 ed è cresciuto qui, a Spiazzi, con una dura vita di montagna fatta di sacrifici e lavoro intenso. Da sempre ha arrampicato su alberi, sassi, rocce, in continua esplorazione di un territorio che, a un ragazzo, può sembrare sterminato.

Qui ha conosciuto Carlo Laiti, amico d’infanzia e primo fondamentale compagno di arrampicata, con cui ha aperto tante vie e ripetuto altrettanti itinerari in Dolomite.

La molla dell’alpinismo scatta camminando sotto lo Spigolo Giallo, in Lavaredo: l’istante in cui prova quella strana contraddizione di attrazione e repulsione verso il mondo verticale.

Nel 1978, grazie al servizio militare, inizia ad arrampicare seriamente, e da allora non ha più smesso. Ha ormai passato i sessant’anni e ha attraversato gli alti e bassi di una grave malattia cardiaca.

Il suo alpinismo è stato — ed è tuttora — un’arrampicata ad altissimo livello: in Val d’Adige, dove è stato protagonista assoluto, e in Dolomite, con ripetizioni prestigiose e solitarie veloci e impegnative.

L’impressione che Sergio Coltri trasmette è di serietà, determinazione, maturità, serenità. In quarant’anni di attività non ha mai avuto incidenti, è sempre stato in grado di cavarsela da solo, in autonomia, anzi guidando la cordata fuori dalle difficoltà.

Allenato, veloce — anche per necessità, dovendo combinare lavoro e famiglia —, con un approccio solido, concreto, con i piedi per terra: questi sono gli ingredienti della sua lunga carriera. Lo aiuta un fisico eccezionale, alto, magro, tutto braccia e spalle. Negli anni si sono alimentate la fama e la leggenda dei suoi itinerari: circa centotrenta mono-tiri e una trentina di vie nuove.

Una via di Coltri è una via temuta per la chiodatura severa, una via che con gli anni mantiene il suo valore, con linee estetiche notevoli. Sergio ha trovato la Val d’Adige pressoché vergine e, grazie a impegno, tenacia e determinazione, ha lasciato la sua firma su itinerari da sogno: belli da vedere, impegnativi da arrampicare, mai banali. Non ha perso tempo ad aprire vie destinate a cadere nel dimenticatoio.

Tante volte, ripetendo i suoi itinerari ormai classici e aperti dal basso, ho pensato: «come diavolo ha fatto a chiodare così lontano?». Oppure: «quanto pagherei per avere uno spit un po’ più vicino…», con davanti un passaggio scabroso e sprotetto. Anche questi aspetti, negli anni, hanno alimentato la leggenda.

Eugenio Cipriani, nel suo articolo su L’Arena, parla di «rinvii anti-Coltri»: rinvii particolarmente rigidi che permettono di agganciare, da distante, gli spit piazzati ad arte da Sergio.

A Sergio brillano gli occhi quando si parla di vie nuove: «aprire è una componente fondamentale della mia ricerca personale. Crei qualcosa tu. È bello cercare il confronto con altre linee».

Anche le numerose solitarie sono la risposta a uno stimolo interiore insopprimibile. Per Sergio sono una vera gioia: la parte più difficile è solo la prima lunghezza, dove corpo e mente devono sintonizzarsi su questa particolare prestazione.

Ecco allora la Cassin alla Torre Trieste ripetuta in solitaria — free-solo, eccetto quattro lunghezze autoassicurate — e la via delle Guide al Crozzon, in free-solo: partenza da casa alle 3 di notte, ritorno alle 15, giusto in tempo per il pomeriggio passato a fare la passata di pomodoro. La Lacedelli alla Scotoni, sempre in free-solo con tre lunghezze autoassicurate, partendo di notte e rientrando nel primo pomeriggio; lo Spigolo Gianeselli allo Spiz di Mezzo, nelle Dolomiti di Zoldo; il Pilastro Grigio al Mulaz, autoassicurato in tre lunghezze; la Vinatzer e la Gluck-Demetz alla seconda Torre del Sella; la Pompanin-Alverà al primo pilastro della Tofana; la Consiglio alla Torre del Lago; la Langes alla Pala San Martino; la Frisch-Corradini alla Pala del Rifugio; la Dibona al Sass Pordoi; la Pichl e la Delago al Sassolungo. Tutte esclusivamente in free-solo.

Parlando di alpinismo si finisce inevitabilmente per parlare di rischio, che negli anni Settanta e Ottanta era certamente più marcato. Sergio ricorda che, all’epoca, chiodature e protezioni nelle lunghezze erano molto scarne: «una volta non si metteva giù niente», «più rischiavi e più l’itinerario aveva valore», «con il Carlo, se non c’era roba, non si metteva giù niente». Questa filosofia dell’essenziale e del rischio massimo la ritroviamo identica in molti alpinisti dell’epoca, e noi ripetitori delle vie di Sergio Coltri ne troviamo riscontro sul campo, e sulla nostra pelle.

La sua etica alpinistica è severa: le vie vanno completate, non si molla mai, si tiene duro — in montagna come nella vita e nel lavoro.

La sua filosofia operativa è semplice: vie veloci, di corsa, in montagna, partendo molto presto per prevenire i temporali pomeridiani. Velocità significa sicurezza. Sergio è un calcolatore: programma i dettagli per minimizzare gli inconvenienti. Gli piace l’avventura, come a tutti noi, ma sta attento a non renderla troppo rischiosa.

Quando succede qualcosa prende energicamente il comando della cordata per uscire dalle grandi difficoltà. Giuliana annuisce e mi confida: «Sergio sa sempre venirne fuori».

Mi raccontano l’ultimissima salita di Perla Nera, fine settembre, due cordate. Sergio e Giuliana arrivano in cima verso le 16, con le solite nebbie che avvolgono le Pale. L’altra cordata è ancora sulla via. Le giornate sono corte. Si chiedono se scendere per la lunga via normale o per la via, in doppia. Sergio fiuta, decide per le doppie. Raccolgono gli amici a due lunghezze dalla cima — gli amici avrebbero voluto arrivare in vetta — e impone la discesa per scongiurare un bivacco non previsto. Una volta alla base, nel ritorno al buio sbagliano canale di discesa, ma alla fine ritrovano il sentiero. Giuliana e gli altri due si chiedono: «ma senza Sergio come avremmo fatto?». È vero: «Sergio sa sempre come venirne fuori».

Ma in quarant’anni di scalate ha mai avuto un incidente? A dire il vero, uno c’è stato. Sergio racconta di quando, con Carlo Laiti nei primi anni Ottanta, andò a ripetere una via di Manolo al Piccolo Dain, in Valle del Sarca. Carlo sta salendo un diedrino seguito da un pilastrino; Sergio fa sicura a spalla. Improvvisamente il pilastrino, delle dimensioni di un frigorifero, si stacca puntando dritto su Sergio, che, veloce come un gatto, salta via per evitare il non gradito elettrodomestico. Si ritrova sbalzato con la rotula in fuori; Carlo resta appeso allo strapiombo con una sola mano. Non si perdono d’animo: scendono con le proprie forze, stringendo i denti, al solito in autonomia.

Gli amanti della libera si chiederanno: uno come Sergio Coltri in libera quanto tira? A sentire il diretto interessato, non va oltre il 7a — ricorda benissimo la libera di Caca Boudin in Verdon (7a+). Ma a sentire Cristiano Pastorello, alcune sue vie sul Sengio Rosso, come Brena Violenta, sono di 7b. La verità è che a Sergio non interessa provare e riprovare un tiro tante volte per alzare la propria scala personale: i suoi veri interessi sono altri — vie nuove e ripetizione di linee estetiche.

Il suo alpinismo è influenzato dai grandi degli anni Ottanta: Manolo in primis, poi Renato Casarotto, Patrick Edlinger, Patrick Berhault. Un personaggio come Reinhold Messner gli è sempre stato indifferente: non per il valore delle sue vie — belle, difficili, con linee stupende — ma per il modo di mostrarsi, da «industriale dell’alpinismo».

Tra tutte le montagne e le pareti frequentate, quelle che lo affascinano di più sono le selvagge Pale di San Lucano.

Sergio, che in Val d’Adige ha esplorato ogni parete e aperto itinerari leggendari, in Dolomite si è limitato a ripetere, con una sola, grande eccezione: la via Perla Nera alla Cima dei Lastei, nelle Pale di San Martino, con Silvio Campagnola e Beppe Vidali, nel 1997. Come mai? Risposta semplice: non aveva tempo, non poteva permettersi di stare via due o tre giorni da lavoro e famiglia. Da qui anche le numerose, velocissime ripetizioni in solitaria in Dolomite, e da qui l’eccezionale attività sulle pareti dietro casa. Pur sapendo che «la storia non si fa con i se e con i ma», viene da chiedersi cosa avrebbe potuto fare in montagna con più tempo a disposizione.

Tra le vie aperte in Val d’Adige, Sergio ricorda con particolare attenzione «Canto del Cigno», 1985, con Carlo Laiti: con i suoi passaggi su cliff ancorati alle «gocce», ha spostato molto in avanti il limite di apertura dal basso. In Val d’Adige, come in Verdon, ci sono molte placche sotto tetti e strapiombi da cui, nei millenni, sono colate gocce d’acqua che hanno scavato conchette — chiamate appunto «gocce».

Queste gocce vengono usate come appigli naturali, per mani e piedi. Il problema si pone quando bisogna piantare spit o chiodi: allora le gocce possono essere caricate da staffe a cui è agganciato un uncino (cliff), che si appoggia nella goccia e consente una delicata progressione, spesso senza ricorrere a chiodi o spit. Proprio su «Canto del Cigno» è stata introdotta, per la prima volta in Val d’Adige, la tecnica di salita con i cliff lungo queste linee di gocce.

Un altro itinerario che ha spostato in là il suo limite di apertura è «Arrivederci Jerzy», salita in gran parte in solitaria, in artificiale, nel 1989: un enorme tetto che sporge per circa venticinque metri. Questa via, parole di Sergio, rappresenta la sua maturità alpinistica — la capacità di muoversi su ogni ambiente, anche difficile da immaginare come un tetto orizzontale, in solitaria. Anche oggi, a oltre venticinque anni di distanza, osservare il cordino che penzola nel vuoto proprio alla fine del famigerato tetto fa una certa impressione.

Se ci spostiamo in Dolomite, i due itinerari più significativi sono — a sua detta — la ripetizione di Supermatita, via di Maurizio Zanolla sul Sass Maor nelle Pale di San Martino, e la solitaria del classico Spigolo dell’Agner nelle Pale di San Lucano.

La ripetizione di Supermatita, nel 1989, è un’avventura vissuta con l’amico Guida Alpina Giampaolo Calzà detto Trota. Arriva nei suoi anni migliori, quando la forza si coniuga a un ottimo controllo mentale: è il periodo in cui ci si misura nel «cercarsi le rogne». Supermatita è una via sul Sass Maor, aperta da Manolo nel 1980 con sette chiodi, lunga 1200 metri, classificata dallo stesso VI+ ma in realtà oltre il VII, con sezioni di roccia friabilissima; Sergio e compagno ne fanno la quarta ripetizione. Partono leggerissimi: sei rinvii e tre chiodi (non utilizzati), filando veloci e in scioltezza, comunque per quattordici ore di arrampicata. Sergio ricorda un tratto impegnativo di 6c con un bullone incastrato in una placca a buchi e clessidre. Poi un lungo traverso di 40 metri di VII, dove trovano un solo chiodo. Infine la lunghezza chiave, una fessura friabile salita da Calzà, in cui anche il secondo fa fatica. A Sergio tocca la lunghezza successiva: un bombè protetto da un chiodo piantato verso il basso — particolare che mi ripete più volte —, solo un VI+, ma con esposizione pazzesca. Solo la nebbia nasconde il vuoto e li salva dalla paura.

La salita di Supermatita si conclude con un avventuroso ritorno in macchina: un tamponamento, la marmitta incastrata e messa a posto come può, sempre con l’idea di essere autonomo e indipendente. Arriva a casa di primo mattino, mani e faccia nere dell’unto della marmitta, cercando di non spaventare troppo la moglie.

Nel 2007, la ripetizione dello Spigolo dell’Agner — probabilmente la più lunga via delle Dolomiti, 1.600 metri — arriva dopo un periodo di lunga malattia in cui Sergio ha davvero rischiato di morire, e dopo l’impianto del defibrillatore. La natura gioca strani scherzi: a un certo punto questo grande uomo, «Sergione» come lo chiama Eugenio Cipriani, si scopre cardiopatico per una grave displasia aritmogena del ventricolo destro. Quella solitaria gli serve per riconfermare a se stesso le proprie capacità fisiche e psicologiche, un obiettivo rimasto insoluto dagli anni Novanta. Arriva in cima all’Agner, telefona all’amico e compagno di cordata Gerardo Gerard, e scoppia a piangere, scaricando emozione e tensione. Un momento catartico, di grandissima soddisfazione.

Spesso le solitarie, anche non estreme, nascondono insidie non previste, soprattutto se non si conoscono. Sfogliando il Buscaini «Le Dolomiti orientali, le 100 più belle ascensioni ed escursioni», Sergio sceglie la Bonetti-Lazzarin agli Sfornioi, nelle Dolomiti di Zoldo: solo IV e V grado, ma scalandola si accorge di quanto sia friabile, marcia, pericolosa per un solitario.

Tra le tante ripetizioni in Dolomite, Sergio rammenta un progetto non riuscito a causa del maltempo: la salita del Pesce in Marmolada, su cui ha fatto due o tre tentativi con Giampaolo Calzà. Sempre in Marmolada, un altro tentativo su Moby Dick con Nicola Sartori è naufragato tra piogge e temporali.

Dal 1976 a oggi Sergio ha arrampicato con praticamente tutti gli alpinisti di punta del territorio, in Val d’Adige e in Dolomite: di ognuno conosce pregi e difetti. È molto esigente con i compagni di cordata, e mi racconta dettagli, accadimenti, debolezze e situazioni.

Carlo Laiti è stato il compagno di cordata con cui ha iniziato e con cui ha sviluppato un’affinità particolare, formando la migliore cordata fino a quando Carlo ha deciso di smettere per motivi familiari.

Definisce Nicola Sartori un autentico fuoriclasse, «di un altro pianeta», e probabilmente uno dei migliori arrampicatori a vista che ci siano mai stati in Italia.

Ricorda volentieri anche Tano Cavattoni, veloce stella di passaggio nel mondo dell’arrampicata: un talento autentico, capace di muoversi snodato e con movimenti mai visti prima.

Ammira Gerardo Gerard per il carattere, per la capacità di muoversi su tutti i terreni, per la professionalità e l’altruismo — e perché gli ha fatto conoscere il mondo selvaggio delle Pale di San Lucano.

Spende molte parole sul suo compagno di tante ripetizioni e tante nuove vie, Beppe Vidali: ne riconosce la grande passione e la voglia infinita di esplorare, trovare nuove falesie, nuove linee. Insieme hanno scritto la guida d’arrampicata fondamentale della Val d’Adige, «Tra il lago e il fiume», nel 2007, che ha colmato un buco di aggiornamento quasi decennale. Per inciso, Sergio risulta anche co-autore, con Beppo Zanini, della guida Ceraino Valley del 1989, anche se afferma che tutto il lavoro è stato fatto da Beppo.

Tra le nuove leve stima molto Andrea Simonini, alpinista completo, polivalente, forte sia tecnicamente sia psicologicamente.

Stima molto anche Cristiano Pastorello — «c’è poco da dire, è forte» — per le sue prestigiose ripetizioni, che gli sono valse il titolo di Accademico CAI.

È rimasto colpito dai fratelli Daniele ed Enrico Geremia per il loro modo di intendere l’alpinismo.

Per Sergio la montagna non è solo scalate. Ora che ha più tempo gli piacerebbe camminare; ma, ironia della sorte, la malattia cardiaca non glielo consente più. Il cuore gli permette solo di arrampicare, e in quest’attività non riscontra particolari problemi.

Parlando di limiti, mi racconta del suo carattere permaloso e di come in passato abbia attraversato momenti di crisi e di insicurezza, in cui doveva per forza staccarsi dall’ambiente alpinistico: «per la tensione e lo stress a cui ero sottoposto, a volte non riuscivo ad arrivare allo spit».

Ammette che su certi passaggi non va oltre il proprio limite: non riesce a buttare il cuore oltre l’ostacolo per via dei freni psicologici. Nonostante la sua leggendaria forza e tenacia, nonostante lo stretching, è poco sciolto, poco elastico: certe posizioni che vede fare a Nicola Sartori se le può solo sognare. E meno male, pensiamo noi: altrimenti, quanto avremmo dovuto subire?

Ma ora che ha trovato Giuliana è tranquillo e sereno. È una grande gioia. Possono girare con più tempo a disposizione, anche in luoghi dove non avrebbe mai pensato di andare: Turchia, Corsica, Val di Mello, Valle dell’Orco, Verdon, Sardegna, Spagna. È un po’ più ammorbidito, cerca il puro divertimento, e cerca di stare lontano dal freddo.

Gli anni in cui ha aperto «Chi cerca trova» al Sengio Rosso sotto una tormenta di neve, divertendosi, sono ormai lontani. Le persone crescono, cambiano, maturano.

L’attenzione di Sergio per il territorio si è manifestata anche fuori dalle pareti: oltre all’apertura di molte falesie — come Garda e il Sengio Rosso —, ha contribuito a costituire, nel 2005, con Beppe Vidali e Lodovico Gaspari, il gruppo stabile di scalatori LAAC (Libera Associazione Alpinisti Chiodatori), con l’obiettivo di promuovere l’arrampicata e valorizzare il territorio.

Tra i riconoscimenti, Sergio annovera il Premio Biasin nel 1992.

Aneddoti raccontati e scritti da Sergio Coltri

Non è possibile! (Fenrir, Verdon)

Sergio Coltri ama andare in Verdon, che offre un’arrampicata estrema molto simile a quella della nostra Val d’Adige, per imparare, ripetere e alzare i suoi limiti. Una volta, probabilmente nell’86 o nell’87, si trova a ripetere Fenrir con Giampaolo Calzà, un itinerario che presenta anche una lunghezza di 7c+. Sulla prima, spettacolare lunghezza di 7a+, è seguito dalla cordata di Nicola ed Emanuele Sartori. All’epoca Emanuele, «il Lele», faceva da allenatore e manager a Nicola. Sergio si accorge che, inspiegabilmente, il nostro Nicolino si «impappina» sul 7a+, e viene sgridato da Lele, che sbraita: «Eh no Nicola! Non è possibile! Con tutto il lavoro che abbiamo fatto…». Sembra proprio di vedere Nicolino chiedere scusa al fratellone per aver messo male il piede, promettendo che non lo farà più.

Girl in ciabatte

Sergio ha arrampicato spesso con Nicola Sartori, verso cui prova una profonda ammirazione. Ancora oggi non riesce a credere che Nicola abbia scalato la via Girl con le vecchie ciabatte de La Sportiva — se non l’avesse visto, non ci avrebbe creduto. È rimasto altrettanto perplesso vedendolo attaccare la 25 Aprile direttamente, senza usare l’albero come aiuto, dove nessuno era mai salito: sempre in ciabatte.

La vera genesi del vajo dell’Orsa

La meta canyoning del vajo dell’Orsa, oggi molto frequentata, nasce da un’intuizione di Sergio Coltri e Carlo Laiti, che esplorando i terreni dietro casa scovano l’inizio della forra [verificare l’anno]. Ne parlano con Beppe Pighi, allora commesso nel negozio di Verona del CentroSport, e poco dopo Franco Zardini, Bruno Bettio e Franco Bonato effettuano la prima discesa. Per riconoscenza, visto quanto si erano prodigati, portano poi a una prima ripetizione Beppe Pighi, Sergio Coltri e Carlo Laiti. Sergio ha ancora in mente il freddo provato: la discesa avvenne in maglietta a maniche corte e costume, mentre gli altri erano in muta.

«Desiderio Sofferto»… quasi la prima via di Brentino

La prima via di Brentino, «Desiderio Sofferto», viene aperta su consiglio e spinta dell’amico Giuliano Stenghel. Invitato a cena da Sergio e Carlo Laiti, con Franco Nicolini, si parla naturalmente di scalate e nuove vie. Stenghel, scendendo lungo la Val d’Adige, aveva notato una grande placca sovrastata da tetti che gli ricordava la sua via «Big Ben». «Tei, coza aspetè a verzer na via lì? Che vegna zo mi?». Sergio e Carlo decidono di andare all’attacco. Non esiste un sentiero d’accesso, così puntano direttamente — a sinistra delle odierne Pale Basse — al diedro sovrastante. È un bollente giugno 1983; salgono per boschetti e ghiaioni fino alla base di un canale verticale, dopo tre ore di lotta con rami, rovi e terra, rischiando di rompersi l’osso del collo. Arrivati alla placconata, sono irriconoscibili, madidi di sudore, sporchi di terriccio. Attaccano la placca in mutande, attrezzati con chiodi da muratore, e tracciano la nuova via in due riprese. Nella seconda scoprono che la loro non è la prima via su quella fascia rocciosa: i parmensi ne hanno aperta una, la «25 Aprile», due mesi prima. È l’inizio della competizione per «rubarsi» le vie nuove.

L’origine del nome «Chi fu che mi spingiù» a Ceraino

Tutti noi amanti delle placche cerainiche ci siamo spesso chiesti cosa avesse fumato Sergio Coltri quando ha dato quello strano nome allo strapiombo iniziale della falesia. Seguiamo il racconto scritto da Sergio.

«L’apertura del mono-tiro “Chi fu che mi spingiù”, a Ceraino, è un piccolo condensato di passione, testardaggine, resistenza e sofferenza. Era il gennaio del 1984, quando un sabato mattina, già programmato in settimana, mi recai a Ceraino per aprire dal basso il sopracitato mono-tiro. Peggior tempo non lo potevo trovare: scesi dall’auto sotto una vera bufera di vento freddissimo e neve, ma la mia passione, caparbietà e forza di carattere mi fecero iniziare il tiro. La salita si svolse tutta in artificiale, appeso come un salame per ore e ore a piantare spit a mano, mentre imperversava la bufera per tutto il giorno.

Solo al calare del buio, sopraggiunse Ramiro, il proprietario dell’ultima casa vicino alla falesia, che preoccupato mi disse: “Ma sei matto? È tutto il giorno che sento martellare ed è sera, ma non sei congelato? Fammi un piacere, scendi e vai al caldo!”. Risposi che dovevo piantare l’ultimo chiodo e poi me ne sarei andato. Quando scesi, appena misi i piedi a terra non riuscii a reggermi: avevo le gambe prive di circolazione dopo la lunga permanenza appeso nel vuoto, al freddo gelido. Mi ci volle un po’ di tempo prima di raggiungere l’auto e tornarmene a casa. Da questo richiamo di Ramiro nasce il nome del mono-tiro».

«Eco dall’abisso», l’ultima nuova via

Seguiamo il toccante racconto di Sergio sulla sua ultima via aperta, nel 2016.

«Eco dall’abisso, un progetto durato più di venticinque anni…

Erano gli anni Novanta quando, nel pieno della mia attività e forma fisica, avevo adocchiato questa parete. Ogni volta che passavo per la Val d’Adige, in zona Avio, i miei occhi andavano lassù, nel mezzo della Valle dei Mulini, a cercare quel settore di roccia, e sognavo di avventurarmi su quelle rocce repulsive e gialle. Ma l’ingordigia di troppi sogni e obiettivi nello stesso momento, in quel periodo, piano piano me ne ha fatto parzialmente dimenticare il progetto…

Tanti anni sono passati, tante cose ho fatto, tante vicissitudini sono successe. Anni che si accumulano sulle spalle e pesano come macigni. Ho trascorso gli ultimi venticinque anni battagliando con una malattia cardiaca. Ho continuato ad arrampicare, a sognare e a riguardare quel progetto, dicendomi: ora o mai più.

Cerco di coinvolgere Beppe Vidali, e con lui salgo i primi cinque tiri; poi capisco che per lui sta diventando un peso, non ha l’entusiasmo che ho io, e quindi non posso chiedergli di più. Così, forse follemente, decido di completarla da solo, sempre dal basso, risalendo ogni volta le corde statiche nel vuoto. Arrivo all’ultima puntata, in cui mi accompagna mio figlio per darmi una mano a riportare a casa il materiale rimasto in parete. Ogni ritorno dalla via, comprensivo della risalita della ferrata verso l’alto, per me è stato un calvario, e avevo capito che non potevo più superare il limite.

Finita la via, parto con mio figlio per tornare a casa. Ma fatti pochi metri mi fermo, torno indietro, guardo giù e urlo un “siii”. L’eco me lo restituisce. “Eco dall’abisso” è finita. Un velo di tristezza mi avvolge, un nodo mi attanaglia lo stomaco: il progetto non c’è più, il mio sogno è stato realizzato… qualcosa di grande è finito».


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