Nello sport, ed anche nell’arrampicata, il fattore genetico, che contraddistingue i fuoriclasse dalle persone mediamente normali, fa la sua bella differenza. Quando ci riferiamo a Nicola Sartori il termine “fuoriclasse” non è di certo sprecato. È sufficiente ammirare Nicola mentre arrampica per rendersi conto che lui, soggetto alla forza di gravità quanto noi, sembra aver trovato la ricetta magica per dominarla.
Nicola, statura media, biondo, carnagione chiara ma decisamente abbronzato come chi passa molto tempo all’aria aperta, spalle, braccia e mani che si vede che hanno lavorato tanto, sempre vestito sportivo, scarpe tecniche, spesso con occhiali da sole aggressivi, ma sguardo mite e sorridente…
Incontro Nicola Sartori e Claudia Cuoghi nella sala-rifugio del King Rock: Nicola, con il suo consueto atteggiamento di non mettersi in mostra cerca di sottrarsi all’incontro mentre Claudia mi viene incontro con un raccoglitore di documenti e fotografie di Nicola.
Mano a mano che porgo, con tatto, in punta di piedi, le mie domande, Nicola prima di rispondere, cerca il consenso di Claudia. Claudia non è solo moglie ed apprezzata compagna di cordata di Nicola, ma è anche la convinta sostenitrice delle sue avventure.
Nicola Sartori nasce a Verona nel 1967 e nel 1980, a soli tredici anni, va con il fratello Emanuele, il Lele, a Stallavena a cimentarsi con “Il diedrino” e con “Lo sperone”.
In quei primi anni i fratelli Emanuele, Alberto, ma soprattutto Giampaolo Perini, trasmettono a Nicola i rudimenti dell’arrampicata.
All’epoca, non essendoci la struttura ed i corsi per ragazzi del King Rock e non essendo l’arrampicata ancora uno sport popolare, raramente ci si avvicinava all’arrampicata prima dei classici 18/20 anni. Nicola sfrutta il vantaggio di avere due fratelli più grandi per iniziarsi, ancora ragazzino, al magico mondo del verticale.
Questo fatto è così eccezionale che il ragazzino viene soprannominato Nicolino, soprannome con cui è ancora conosciuto nell’ambiente.
Nicola probabilmente è l’ultimo dei suoi coetanei che impara ad arrampicare senza le scarpette: nel 1980 adatta un paio di scarpe da ginnastica Diadora a cui incolla una camera d’aria dello spessore di tre millimetri e con queste va ad arrampicare. Nel 1981 acquisterà le sue prime scarpette, Brixia.
La prima via lunga che effettua è “Rita” alle Placche Zebrate nella valle del Sarca assieme ai fratelli Emanuele ed Alberto. Segue poi la salita alla Guglia Gei sulle Piccole Dolomiti, un altro grande classico per chi, all’epoca, muoveva i primi passi.
L’avventura della salita del “Gran Solco” al Soglio Rosso sul Pasubio assieme al gruppo della Sigagnola (Emanuele Sartori, Giampaolo Perini, Marco Valdinoci, Marco Vignola, Checco Bresciani, Giovanni Barion), dove incappano in una bufera di vento e neve, lascia un ricordo marcato in Nicolino.
Nel 1982 avviene il salto di qualità! Nel torrido mese di agosto con Emanuele Sartori, Giampaolo Perini e Marco Valdinoci approcciano la “Sommadossi” al Colodri in Valle del Sarca: un itinerario di 300 metri assai impegnativo con VI e AO oppure VII-. È una lunga salita che impegnerà i nostri amici per 9 o 10 ore. Alla prima cengia, Marco Valdinoci la imbocca per scendere. Alla seconda cengia Lele, anche lui, getta la spugna. Giampaolo Perini dice a Nicolino, un ragazzino quindicenne, “o sali tu da capocordata, o scendiamo anche noi”. Nicolino, indossando il casco da motociclista dello zio Nino, si carica degli stopper (i friend non c’erano ancora o comunque non erano a portata delle loro finanze) e parte lungo la serie di diedri che gli sembrano infiniti e con i chiodi lontani.
Le Dolomiti vengono toccate durante una vacanza sulle Pale di San Martino, ed è lì che durante una gita di sci alpinismo nel 1983 conosce Lino Ottaviani, un altro talento naturale per l’arrampicata.
Assieme formeranno una cordata eccezionale: a Stallavena si abituano a scalare naturalmente slegati, salendo e scendendo velocemente per tutte le vie dell’epoca che ormai conoscono a memoria.
Utilizzando un piantaspit a mano, nel 1983, Nicolino apre a Stallavena le sue prime due vie: “Messaggeri del teschio” (7a+) e “Il signore degli Inganni” (6b). Sale completamente in libera queste due, “Il gran strapiombo” (6c+) e via di seguito anche con tutte le altre vie difficili di artificiale dell’epoca. Oggi è considerata una cosa normale, ma all’epoca era una cosa eccezionale: generalmente tali vie venivano affrontate rigorosamente con 2 staffe e fiffi come allenamento per le vie di artificiale in Dolomiti ed il ritorno non avveniva in moulinette ma scendendo tranquillamente per il sentiero.
Sempre nel 1983 conosce Tano Cavattoni, Eugenio Cipriani e Gianni Rodighiero che hanno appena chiodato, in Val d’Adige, la Placca d’Argento (e non solo). Stabilisce una forte intesa con Tano Cavattoni, un altro autentico talento naturale che è passato come una veloce meteora nel panorama dell’alpinismo. Tano Cavattoni è molto avanti sia a livello mentale che fisico. Assieme a Tano Cavattoni, i due, si inventano e perfezionano gli allenamenti a secco: lunghe sedute a casa di Tano sulle colline prima di andare ad arrampicare in falesia.
Nicola apprende da Tano Cavattoni i segreti per migliorare anche in falesia.
I risultati non si fanno attendere: nel 1983 salgono in libera la via “Only diei” (7b) e “Sigagnola club” (7a+) alla Placca d’Argento, anche quest’ultima aperta da Nicolino con piantaspit a mano. In Valle del Sarca salgono il “Diedro Maestri” (6c) al Piccolo Dain in completa arrampicata libera. Ma in quella giornata la cosa più impegnativa non è stata l’arrampicata, bensì il viaggio in due con zaini, corde e materiale a cavallo della mitica moto Guzzi rossa di Tano “Ad ogni curva in Val d’Adige ero convinto di finire fuori strada!” racconta Nicola divertito.
Nicola pur essendo ancora giovanissimo (16-17 anni) grazie al talento naturale di cui è dotato, porta in montagna quanto ha appreso in falesia; anzi è un onnivoro e divide equamente il suo tempo fra falesia e montagna.
Nel 1984 Lino Ottaviani e Nicola Sartori si scatenano in una serie di ripetizioni di vie classiche estreme in Dolomiti.
Tra le tante ripetizioni, Nicola ricorda la via Cassin alla Torre Trieste percorsa senza particolari problemi assieme a Lino, in una ormai corta giornata di settembre. Arrivano in cima al tramonto e decidono per un bivacco non previsto, il primo bivacco di Nicola, stendendo le corde come giaciglio. Ovviamente non hanno né cibo né acqua con l’eccezione di una barretta di cioccolata, che decidono di tenere per colazione, prima di affrontare le impegnative doppie del rientro.
Ora dovete sapere che se Nicola è flemmatico e silenzioso, altrettanto lo era Lino. Me li vedo proprio questi due amici al sole del primo mattino, aprire con calma la cioccolata, posarla su un sasso piatto per dividerla meticolosamente in due parti uguali, contemplando, assolutamente senza fretta, il fantastico panorama del Civetta. Solo che non fanno i conti con un affamato gracchio che arriva velocissimo e ruba la colazione ai nostri amici. Segue una discesa con stomaco assolutamente vuoto!
A questa seguono innumerevoli altre vie classiche: in Marmolada, la Don Chisciotte dopo aver bivaccato sui prati e percorso slegati metà via fino alla prima cengia, arrivando in cima alla Marmolada di Rocca assai presto per poter scendere gratis in funivia. Ed ancora la Vinatzer e la Gogna, sempre in Marmolada, la Strobel in Bosconero, la Canna d’Organo al Piccolo Dain, la Detassis al Croz dell’Altissimo.
Nicola ha terminato la scuola e in quegli anni lavora in un’azienda di grafica che gli lascia poco tempo, ma tutto dedicato all’arrampicata. L’accenno alla grafica è importante poiché, nella seconda serata del nostro incontro, Claudia arriva con un prezioso diario arancione che descrive tutte le salite di Nicola nei primi anni. Molti di noi tenevano un diario, ma quello di Nicola è veramente ben curato e di grande valore storico.
Emergono aneddoti, descrizioni minuziose, riportate con calligrafia minuta e ordinata, ci sono schizzi rigorosi e dettagliati… insomma un’opera da vero grafico e di cui riportiamo in questo articolo alcune pagine.
Mi hanno colpito gli schizzi relativi a Stallavena dove si sofferma a tratteggiare i passaggi in libera, si tratta della prima libera assoluta, della zona “Gran strapiombo”. Interessante sono anche gli schizzi relativi alla Placca d’Argento, chiamata ancora Rivoli 2, che presenta gradazioni UIAA e gradazioni in scala americana.
Sono i primi tentativi di “libera veramente libera” in cui ci si confronta con quello che sta succedendo o è successo da pochi anni nel mondo.
Nella metà degli anni 80 mi capitava di arrampicare con Nicola e ricordo che ci accordammo per una via sul Colodri in Valle del Sarca. Le avevamo percorse tutte, o quasi, quelle belle classiche con fessure e diedri di un certo impegno. Al termine della via, che ovviamente non ricordo (ma poteva essere la “White Crack”, la “Renata Rossi”, la “Katia”, la “Barbara” o la “Sommadossi”), durante il sentiero di discesa, in cui cominciavo a rilassarmi, a riprendere colore, ad apprezzare la vita della Valle, dopo lo sforzo violento della parete, Nicolino, solitamente silenzioso, se ne esce con una frase lapidaria che mi ha letteralmente gelato: “Bene, adesso che ci siamo scaldati, possiamo andare finalmente ad arrampicare!”
Fu così che mi ritrovai, in quattro e quattro otto, nella impegnativa falesia di Nuovi Orizzonti, osservando un tranquillo Nicolino su placche lisce e sinuose, cercando di copiare, invano, i suoi movimenti con la mia consueta agilità di un elefante in una cristalleria.
Durante una licenza del periodo militare, nel 1986, conosce il Verdon e si cimenta nella via “Fenrir” (8a) con il fratello Emanuele.
In quel periodo, dal 1987 al 1989, si dedica alla nascente arrampicata libera moderna e aiutato da Emanuele, che gli fa da allenatore e compagno di cordata. Per Nicola, essere circondato da una persona di cui ha massima stima, allora Emanuele, ora Claudia Cuoghi, significa essere spronati, motivati da qualcuno e potersi concentrare nelle difficoltà estreme lasciando tutto il resto fuori.
Significativo è quanto mi ha raccontato Sergio Coltri. È in Verdon, sulla via “Fenrir”, lungo la prima lunghezza spettacolare di 7a+, lo segue la cordata di Nicola ed Emanuele Sartori. Qui Nicolino si “impappina” nel tiro di 7a+ e viene sgridato da Lele che sbraita “Eh no Nicola! Non è possibile! Con tutto il lavoro che abbiamo fatto…” sembra proprio di vedere Nicolino chiedere scusa al fratellone per aver messo male il piede e promettere che non lo farà più!
Con Emanuele organizzano diversi viaggi in Provenza e precisamente in quello che allora è considerato il triangolo magico dell’arrampicata: Cimai, Buoux e Mouries. E proprio a Buoux arriva il primo 8a su una via considerata di riferimento “Reve de Papillon”. A metà degli anni 80 emigrare nella Francia del sud è un passo quasi obbligato per trovare e provare diverse vie di difficoltà estreme, superiori al 7b, e per apprendere mentalità e consuetudini (le methode) da chi era sicuramente più avanti nella ricerca della difficoltà.
È importante notare che quando rimane a Verona, Nicola fa fatica a trovare qualcosa che sia più impegnativo della via “Non seguitemi” alla Spiaggia delle Lucertole: i vari 8a, 8b ed 8c ancora dovevano essere chiodati!
Un altro traguardo Nicola lo raggiunge nel 1988 quando arrampica, nella falesia di Ceuse, la via “Face de Rat”, 8a+ a vista: mai nessuno scalatore italiano era riuscito ad effettuare, a vista, una difficoltà così elevata! E la notizia, considerando la proverbiale riservatezza di Nicola, non è assolutamente sbandierata dalle riviste e dai media dell’epoca. In quel periodo i fratelli Sartori giravano il sud della Francia con un vecchio camper Fiat 238 a gas detto il “bigolon delle falesie”. Era dotato di un travetto di allenamento esterno come era in uso dai big dell’epoca.
Nicola è un istintivo della parete e la sua principale caratteristica è saper leggere al volo la roccia, gli appigli e gli appoggi. Proverbiale la sua capacità di rimanere attaccato a minuscoli appigli e di riuscire a studiare il movimento successivo… senza fermarsi sui rinvii e senza cadere: in altre parole: sa arrampicare a vista.
Andrea Tosi ha fatto un montaggio di un video di Nicola, girato durante la gara mondiale di Rock Master del 1989, e l’ha intitolato giustamente “l’arte del riposo” dove si vede Nicola che sospeso fra appoggi ed appigli cerca di riposarsi a metà parete, muovendo caviglie e talloni con estrema sensibilità, recuperando energie per il passaggio duro soprastante (il cosiddetto filtrino), i minuti scorrono, Nicola non sale e non cade, si muove, recupera energie, il tutto con lentezza esasperante in un tratto dove i big mondiali o passavano veloci o cadevano veloci.
Quello che non dovete mai fare è chiedergli il grado di una via di falesia.
Se vi risponde “è bella!” dovete aspettarvi una via da 6a-6c. Se vi risponde “interessante!” aspettatevi una via da 7a-7c. Se vi risponde “c’è un bel passaggetto” dovete attendervi una micidiale sequenza boulder. Se vi risponde “c’è da mettere bene i piedi” significa che dovrete spalmare i piedi andando oltre alle normali leggi della fisica: auguri! Infine se vi risponde “difficilina”… lasciate perdere poiché dovrebbe essere tra l’8a e l’8c.
Un capitolo sul quale Nicola ha una certa ritrosia ad aprirsi con me, e questo, chi lo conosce, sa bene che fa parte del suo carattere, un capitolo dicevo a parte riguarda le solitarie in Dolomiti. Un capitolo che si è aperto e che si è chiuso dopo un certo numero di anni. Nicola ne parla poco per il timore di essere emulato e di essere preso ad esempio in questa disciplina di estremo pericolo.
Nicola è abituato ad arrampicare in solitaria e per solitaria intende proprio free-solo: nessuna imbragatura, nessuna corda, nessun moschettone. Sulle Pale di San Martino, salire la Castiglioni alla Pala del Rifugio e proseguire per lo spigolo del Sass d’Ortiga significa partire dal rifugio Canali e trovarsi, velocissimi in cima, 2 ore dopo con la soddisfazione ed il piacere di salire tutto di un fiato. Certo a metà parete ti prende la paura, ma basta non pensarci, non guardare giù e concentrarsi al massimo sui movimenti: concentrarsi fino ad entrare in trance.
Nicola mi racconta la salita free-solo della “via della Soddisfazione” (6a) sulla parete d’Ambiez in Brenta. Scarica la mountain-bike dalla macchina ed in bici risale tutta la lunga val d’Ambiez. Chiude la bici con il lucchettino al grande masso spaccato nelle vicinanze del rifugio Agostini. Incontra per caso Sergio Coltri, ma Sergio vede il suo stato di massima concentrazione e lo saluta velocemente. Finalmente comincia ad arrampicare e l’arrampicata stempera la tensione accumulata. Ma sulla lunghezza chiave trova una cordata duramente impegnata a passare: è praticamente bloccata. Il ragazzo in sosta quando vede arrivare Nicola dapprima cerca di capire se ha il compagno di cordata ma quando si accorge che è senza corda, senza imbragatura, solo con un sacchetto di magnesite, letteralmente “fa due occhi così” e si comincia a preoccupare. Nicola lo tranquillizza e decide di passare a lato del tiro chiave: la roccia è ottima, la difficoltà non conosciuta ma la sicurezza nelle proprie capacità è tanta e Nicola segue l’istinto…
Poi il capitolo delle solitarie si chiude “dopo un po’ mi sono detto stop. Le solitarie ti prendono la mano ed il rischio diventa troppo elevato”.
Nel periodo 1988-94 Nicola vive la nascente esperienza delle gare di arrampicata. Esperienza che lo vede indossare la maglia azzurra della nazionale e portare a casa diversi piazzamenti importanti: 3° posto alla coppa del mondo di arrampicata UIAA a Zurigo nel 1993, 5° posto World Championship UIAA a Innsbruck nel 1993, 6° posto al Master arrampicata di Serre-Chevalier nel 1993, 6° posto Rock Master di Arco del 1993, 9° posto Rock Master di Arco nel 1994.
Per Nicola le gare rappresentano un’esperienza importante, un confronto con altri fuoriclasse, uno stimolo ad allenarsi, un porsi un obiettivo… tutti fattori che poi gli servono anche come esperienza in montagna. È bene sottolineare che in quel periodo Nicola lavora sempre nella grafica, fa gli straordinari per riuscire ad accumulare due o tre mesi di ferie non retribuite e confrontarsi con i big professionisti dell’epoca. È comunque un periodo spensierato in cui gira in automobile per l’Europa assieme a Christian Brenna e a Luisa Iovane, ciascuno preso dai propri allenamenti e dalle proprie diete. L’allenatore ufficiale è Simone Moro che passa a Nicola delle tabelle per l’allenamento a secco. Ma Nicola non ha passione per un allenamento metodico e non riesce ad interiorizzarle. Si organizza l’allenamento in maniera casalinga come peraltro ha sempre fatto seguendo le orme del fratello maggiore: un giorno di corsa e stretching alternato ad un giorno di forza pura e così via per tutta la settimana con arrampicata in falesia solo nel fine settimana. Ancora una volta Nicola manifesta il suo desiderio di libertà anche negli allenamenti.
Infatti Nicola in gara non riesce a rendere come sulla roccia: si sente in imbarazzo ad arrampicare a comando, davanti a tutti gli spettatori e soprattutto sulla plastica. Quando arriva sui tetti si blocca. È questo il momento in cui l’arrampicata di punta, e di conseguenza le gare, si portano sugli strapiombi dove viene privilegiata la forza pura rispetto alla classe raffinata della placca strapiombante.
Per Nicola la parete ideale è un muro strapiombante dove poter coniugare tecnica e forza fisica e dove l’inclinazione perfetta è anche ideale per un non ipotetico volo.
Negli anni ’90 alle gare di velocità del master di Arco uno specialista russo manca ed Angelo Seneci, organizzatore dell’evento, invita Nicola Sartori a tappare il buco. Sono ospiti in albergo, lui ed Emanuele, per un’intera settimana. Arriva il momento della gara. Allo start l’altro concorrente parte a razzo mentre Nicola sta ancora cospargendosi le mani di magnesite… il concorrente è già a metà parete mentre Nicola muove i primi passi con la sua flemmaticità di sempre… dal pubblico gli urlano “guarda che è una gara di velocità!”, Nicola arrossisce e si volta a guardare Angelo Seneci che si mette le mani fra i capelli. Inutile dire che sarà la prima ed ultima gara di velocità di Nicola.
Ma nell’ambiente delle gare Nicola conosce Rolando Larcher, che è parecchio avanti come mentalità e modalità di allenamento, e con lui, di tanto in tanto, si trovava per scalare.
Ed è proprio con Rolando Larcher, con Luca Giupponi, altro ex-compagno di gare, e con Nicola Tondini che Nicola Sartori si dedica al cosiddetto “alpinismo sportivo”, una fusione fra alpinismo ed arrampicata sportiva portata su lunghi itinerari aperti dal basso e chiodati a spit.
Con Nicola Tondini, i due Nicola formano una cordata fenomenale e usano la Val d’Adige come laboratorio per affinare le tecniche di chiodatura con trapano affidandosi, ove possibile, ai cliff. Nascono vie, da circa 200 metri, che sono autentici banchi di prova: nel 2004: “La passione” (7b+), nel 2006: “Giochi di equilibrio” (7c+), nel 2006: “Vola via” (8a+), nel 2007: “Via di Testa” (8b+), nel 2009: “Testa o croce” (8b), nel 2011: “Destini incrociati” (8a) e nel 2016: “Viaggio su Plutone” (8c) di cui Nicolino libera tutti i tiri nello stesso giorno.
Poi Nicola nel 2016 riesce a liberare un progetto aperto assieme a Sergio Coltri “Vagabondo per il mondo” (8a+) ben 29 anni prima, nel 1987, quando il già navigato Sergio assecondava le visionarie intuizioni del giovane ed emergente Nicolino…
Sono vie che, essendo state rigorosamente aperte dal basso, hanno richiesto giornate di tentativi per salire magari di pochi metri e per essere poi ripetute in continuità: appunto un bel laboratorio estremo.
Ovviamente la storia dell’arrampicata estrema in Val d’Adige non è certo finita e i due Nicola hanno altri progetti in corso che vedranno, faticosamente, la luce nelle prossime stagioni.
Con Rolando Larcher e Luca Giupponi, sempre con il medesimo stile, apre nuove vie: in Corsica (“Tafunata galattica”), in Turchia (“Nessuno”, “Radio Eksen”), in Sicilia (“Pompa funebre”, “La banda del buco”), in Sardegna (“Vertigine blu”), in Campania (“Benvenuti al sud”) sempre alla ricerca di lunghe pareti di calcare compatto.
Fra le tante vie aperte, l’esperienza più significativa è stata, nel 2012, fra le montagne desertiche dell’Aladaglar sul Vay Vay in Turchia, sulla via “Nessuno” (470 metri, 8a+) dove sono rimasti isolati per 10 giorni al campo base ed in parete senza vedere anima viva… appunto “nessuno”: un’esperienza forte ed una apertura significativa.
Un altro capitolo della vita di Nicola riguarda la scelta di diventare Guida Alpina, fatto avvenuto nel 2004. All’inizio Nicola non ci crede, ma Nicola Tondini e Franco Cacace lo “punzecchiano” affinchè partecipi alle selezioni. Per Nicola dopo gli anni di lavoro nella grafica che lo vedono per 8 o 10 ore attorno ad un tavolo luminoso, dopo una breve esperienza all’aria aperta lavorando nella potatura in altezza di piante assieme a Bruno Bettio, l’attività di Guida Alpina rappresenta il tentativo, riuscito, di lavorare in montagna.
Gli dà soddisfazione stare con i ragazzi, specie per lui che non ha figli, anche se ovviamente è molto faticoso riuscire a controllarli: poter trasformare i loro sogni in realtà portandoli lungo una via desiderata è una soddisfazione che non si può spiegare a parole. Ma anche tenere i corsi nella palestra del King Rock, significa stare sempre a contatto con i ragazzi e questo fatto è già stimolante.
Nicola non ama fare troppi tentativi di ripetizione sulle vie in falesia, o vengono subito o quasi subito o le abbandona. Questo è il motivo per cui malgrado le numerose vie estreme si porta a casa la prima via di 8c, “Thin Ice” a Terlago in Valle del Sarca solo nel 2013 e solo grazie alle “punzecchiature” di Claudia.
Claudia, non è solo sua moglie, ma di fatto è anche la sua miglior compagna di cordata.
Claudia aiuta tantissimo Nicola specie sulle vie lavorate, che richiedono di crederci nel progetto e di non perdersi fra un tentativo e l’altro, in altre parole di “esserci con la testa”. Ed è grazie alle sue insistenze che Nicola, nella maturità degli anni, riesce a portarsi a casa realizzazioni una volta impensabili.
Pur non avendo il livello di Nicola – Claudia è costretta a risalire la corda a colpi di jumar per stare dietro al marito – l’intesa tra i due è fortissima e fa trovare a Nicola la miglior concentrazione per affrontare le salite più impegnative.
Claudia rammenta ancora l’emozione della prima ripetizione della via “Spirito Selvaggio” (8a+) alla Codula di Luna in Sardegna ed anche la profonda esperienza di una salita, o meglio risalita in jumar, della via “Come to Derwish” sul Guvercinlik in Turchia dove nei traversi si è messa a piangere per la disperazione.
Per Nicola, la ripetizione classica più prestigiosa e significativa, al di fuori delle solite Dolomiti, è la via del Pilone Centrale del Freney sul Monte Bianco, effettuata durante il corso guide assieme a Marco Heltai e Giona Galloni nel 1999.
Fra le tante falesie di Verona, Nicola è legato al “Sipario delle Ombre”, un autentico gioiellino creato con Sergio Coltri ed il fratello Emanuele, ma soprattutto a Stallavena, il primo amore, a cui è particolarmente affezionato e dove ritorna con allievi e per il proprio piacere personale.
Oggi nel giro dei giovani scalatori, Stallavena, che è stata la nave-scuola di tutti noi, è sicuramente snobbata, da regina è diventata la cenerentola; sento le nuove generazioni che la chiamano con disprezzo “Stallaunta”, eppure vi potrà capitare di trovare uno scalatore da 8c come Nicola che, contento, sale a ripulire le vie strappando le erbe e gli arbusti che crescono indisturbati. Seguiamo quindi il suo esempio!
Gli scalatori che hanno influenzato, ed avuto un ascendente, in Nicola sono stati Lino Ottaviani, Giampaolo Perini ed il fratello Emanuele. Poi uscendo dalla cerchia veronese, i due Patrick Edlinger e Berhault sono stati fonte di ispirazione.
Molto probabilmente Nicola Sartori è stato il primo scalatore di Verona ad essere sponsorizzato: ecco nel 1990 il contratto con La Sportiva per le scarpe e successivamente con Vaude, Marmot ed ora con Salewa per l’abbigliamento.
Cerchiamo di capire i punti di forza e di debolezza di questo fuoriclasse, sapendo che con Nicola le domande dirette sono assai difficili da gestire… infatti subito Nicola si chiude nelle spalle e non risponde, ma poi ammette che la forza nelle dita, il fisico leggero ma soprattutto la sua leggendaria capacità di movimento gli consentono di arrivare a certi traguardi. Le sue aree di miglioramento riguardano invece i grandi tetti che soffre e che grazie alla scuola di Ceredo è riuscito a migliorare ed il fatto di dover essere “punzecchiato” come dice lui, ieri da Emanuele, oggi da Claudia, per poter essere spinto sulle alte difficoltà.
Nicola non ha rimpianti per quello che non ha fatto, è veramente soddisfatto del suo percorso sempre divertendosi al massimo. Un sogno nel cassetto forse sarebbe quello di aprire una via con la sua Claudia in qualche bel luogo sperduto nelle Dolomiti.
Una peculiarità del carattere di Nicolino quella di essere molto rispettoso nei confronti delle altre persone e, quindi riesce ad andare d’accordo con tutti: arrabbiarsi con lui è praticamente impossibile. E per questo riesce a scalare e a mantenere rapporti distesi e progetti aperti, ad esempio, sia con Nicola Tondini che con Rolando Larcher, che potrebbero essere due leader in competizione fra loro. Lui invece ha un’ottima capacità di adattamento.
Ma Nicola quanto è ambizioso? Anche se non lo dà a vedere, lo è, poco, ma lo è.
Dove si è focalizzato ha portato i risultati. Non è ambizione questa? Certo ma è un’ambizione a modo suo.
Non gli piace darlo a vedere. Non gli piace apparire. Non gli è mai interessato. Preferisce stare in ombra ed assecondare il suo carattere. Se deve competere per una linea per un nuovo itinerario… no questo non gli interessa e allora rinuncia. Ovviamente fare serate o salire su un palcoscenico non è certamente la sua aspirazione.
Il concetto di montagna e di parete ideale per Nicola Sartori è rappresentata da “Le Tose” in Ambiez sul Brenta: una bastionata ed una sequenza di cime a sud della cima di Pratofiorito caratterizzate da specchi spaziali di ottimo calcare grigio, molto simile al gruppo del Ratikon in Svizzera.
Lo chiedo due volte a Nicola: ma come, hai arrampicato dappertutto dalla Marmolada allo Yosemite passando dalla Turchia e mi dici “Le Tose” che non ho mai sentito nominare in tanti anni di frequentazione dolomitica?
Questa risposta rispecchia esattamente lo spirito ed il carattere di Nicola, fuoriclasse che preferisce stare in ombra, lontano dai riflettori, per trovare, tranquillo, la propria dimensione nella selvaggia natura verticale come sono le sue vie aperte in val delle Nogare sul Monte Baldo.
Chiudiamo questa “bio” con un significativo racconto di Nicola: nel 2016 riesce a liberare “La bestiaccia”, tuttora irripetuta, e ce la descrive magistralmente.
“La zecca è un animale fastidioso, quasi invisibile e, nei periodi più caldi dell’anno, praticamente onnipresente. Quando si va a scalare, tra cespugli e sottobosco, il pensiero di ritrovarsela attaccata addosso è abbastanza ricorrente. Un pensiero davvero ‘fastidioso’! Per me, la zecca è proprio una bestiaccia: ne percepisci continuamente la presenza, ma il più delle volte la bella stagione passa senza che se ne sia mai palesata una.
Così è “La Bestiaccia”, 8c di 55 metri su roccia strabiliante: un pensiero ricorrente, a volte fastidioso, sicuramente pressante. Almeno fino a due settimane fa.
La storia di questa via comincia negli anni ’80 quando, insieme al Lele, Coltri e Laiti, si andava a scalare al Sengio. Avevo individuato questa linea bellissima su un muro stupendo e mi dicevo: “qui sarebbe da chiodare un tiro davvero incredibile!” Ma i tempi, allora, non erano ancora maturi e lasciai perdere.
Il pensiero di quel muro non mi ha mai abbandonato. Così, nel 2001, ci tornai per chiodare: in due giorni avevo finito di realizzare quella che, per me, è una delle più belle vie di arrampicata sportiva che abbia mai chiodato. Un muro leggermente striato, grigio-azzurro e giallo, alto 55 metri. Un viaggio indimenticabile!
Cominciai a provarla e subito liberai la prima parte: 35 metri, 8a+/b.
Poi lasciai stare per molto tempo, dedicandomi ad altri progetti. Ma la “bestiaccia” era sempre lì, una presenza fastidiosa e insistente…non c’era verso di scacciarla! Mi ronzava sempre in testa.
Dovevo liberarmene. Dovevo liberarla.
Dopo il 2001, le mie apparizioni al Sengio furono sporadiche: in un paio di occasioni sono riuscito a sfiorare l’appiglio ”incriminato”, poi niente. Tornavo a casa con le orecchie basse.
Fino a due settimane fa: in una primaverile giornata di inverno, con un cielo perfettamente azzurro ed un sole che incoraggiava all’impresa, ho finalmente superato l’appiglio incriminato, proseguendo il mio incredibile viaggio, fino alla catena.
Me ne sono liberato, l’ho liberata! Un grazie speciale va alla mia Claudia, che ci ha sempre creduto, anche più di me.”
