Con Luca entriamo nel mondo dell’arrampicata sportiva estrema: a Verona, il primo scalatore a “chiudere” una via di 8c è stato proprio lui.
Parlando con Luca si passa con naturalezza dall’allora all’oggi. L’allora è l’arrampicatore sportivo votato alla difficoltà estrema in falesia; l’oggi è un uomo che cerca di tenere insieme dimensioni diverse.
Allora ogni ferie, ogni week-end, ogni ritaglio di tempo libero finiva in falesia: vie sempre più impegnative, chiodature nuove, sentieri da sistemare.
Oggi è sposato con Valentina, ha due bambine di 4 e 7 anni e ha appena iniziato a fare la Guida Alpina per trasformare la passione in lavoro.
Ma andiamo per gradi.
Luca Gelmetti, classe 1971, inizia ad arrampicare in modo sporadico alla Ca’ Verde nel 1989, prima con amici poi quasi sempre da solo, con la corda dall’alto, perché non conosce nessuno. Nel 1990-91 comincia a frequentare Stallavena con lo stesso metodo: sono anni di dura applicazione. “A Stallavena in una stagione non sono riuscito a passare dal 5a-5b al 5c della Ferratina”, mi confessa. Poi incontra il gruppo di istruttori della scuola di roccia Priarolo e nasce un’amicizia che dura ancora oggi.
Dal 1993, finito il servizio militare, l’arrampicata diventa il suo mantra. In un anno passa dal 6a-6b al 7b, e per i dodici anni successivi vive solo ed esclusivamente in funzione della falesia: primo 8a nel 1995, primo 8b nel 1996, primo 8b+ nel 2001, primo 8c nel 2003.
Va detto che fino al 1995-96 frequenta anche l’alta montagna del Bianco e degli altri massicci valdostani, anche se a tener banco è sempre la falesia.
Per mantenersi, oltre alla parentesi universitaria all’ISEF — interrotta a otto esami dalla laurea — fa diversi lavoretti, finché nel 1997 entra come commesso nel negozio di articoli sportivi Turnover, con cui collabora tuttora in parallelo all’attività di Guida Alpina.
La sua casa diventa la nascente Ceredo, dove pianta il suo primo spit nel 1995 e che frequenta assiduamente, insieme alle falesie più impegnative del vicentino come il Covolo. Nella sua ricerca forsennata della difficoltà setaccia anche la Valle del Sarca, dove è difficile trovare una via di grado otto su cui non abbia messo le mani.
Sono anni di soddisfazioni e di migliaia di tiri, di allenamenti duri e di chiodature interminabili. Anni in cui i soldi se ne vanno in spit e in gasolio, oppure si perdono nei boschi a sistemare sentieri e cercare nuovi siti. Senza rimpianti. Sono anche gli anni dell’esplosione di Ceredo, della nascita del Meteorite e della riscoperta della Sgrenza in Val d’Adige.
A casa sua, nel 1993, prende forma uno dei primi muri artificiali di Verona in legno e resina, e sicuramente il primo pan-gullich, idea importata da un grande amico che in quel periodo studiava in Inghilterra: “Là usano tanto il Campus Board”, mi dice, “tante piccole liste poste a distanza uguale, e ci saltano su e giù…”.
Sull’arrampicata estrema Luca si applica tantissimo, eppure pensa che i suoi limiti dipendano dalla mancanza di tempo e forse di metodo. “Non penso di aver esplorato fino in fondo le mie possibilità estreme”, dice con umiltà.
Diete? Non ne ha mai osservate, aiutato da un metabolismo veloce. Sua è una frase ormai celebre: “Se agli arrampicatori interessati si desse la possibilità di togliere cinque chili in un colpo solo, al vedere i risultati il giorno stesso si metterebbero a dieta”. E aggiunge ridacchiando: “La mia dieta era piantare spit; lavorare appesi a una corda sotto strapiombi rabbiosi comporta una fatica estrema”.
La conversazione cade su Atlantide, la mitica falesia nascosta di Verona, quella delle vie veramente difficili. Ma quanto difficili? Forse non si saprà mai.
Ad Atlantide tutto è complesso e misterioso, per scelta e per necessità: un posto troppo peculiare, una sicurezza difficile da gestire, un equilibrio delicato tra proprietà privata e libertà d’accesso concessa a pochi.
Questo senso di omertà imposto dalla ristretta cerchia di frequentatori, alla lunga, si rivela un boomerang anche per la vita di questi scalatori, Luca in primis, che non può raccontare i propri successi. Ma è andata così, e ormai non si può cambiare.
La sua fama di personaggio difficile, ostico — un’aura che, in fondo, non gli dispiaceva — nasce proprio da Atlantide.
Nel suo percorso di crescita come arrampicatore e alpinista Luca non ha avuto veri ispiratori. “Forse, ripensandoci bene, uno c’è: Daniel Andrada, già famoso quando io cominciavo a capire cosa significava scalare. Daniel credo detenga il record assoluto di quantità e qualità di itinerari sopra il grado 8 nel panorama mondiale”. Il compagno con cui ha scalato di più, all’inizio della sua carriera, è Andrea Tosi: dal 1993 al 1997 si trovano a Ceredo praticamente un giorno sì e uno sì. Poi vengono gli anni in giro per l’Europa con vari compagni, soprattutto con Stefania, a visitare le falesie più famose. Fino al 2004, quando conosce Valentina, la futura moglie, e nello stesso periodo arrivano i risultati più importanti in falesia. Tra gli altri compagni di cordata cita Michele Campedelli, Stefano Zanini, Francesco Fontebasso, Nicola Sartori, Marco Savio, Emanuele Pellizzari. Una parola a parte per Beppo Zanini, con cui ha scalato di rado: “Ho sempre soppesato attentamente quello che mi diceva”.
La falesia che preferisce resta Ceredo, per la bellezza dei tiri, per l’accesso facile, per il fatto che ci si può andare anche in famiglia. “Però — aggiunge — tirare appigli appesi agli abissi del Meteorite è qualcosa di meraviglioso”.
Frequentare ossessivamente la stessa falesia sotto casa diventa logorante: i risultati arrivano lì e solo lì, perché appena ci si sposta tutto si trasforma in insicurezza e paura. Da qui la necessità di andare in posti sempre diversi, sempre più lontani, per affinare lo stile e alzare il livello. Lo scotto da pagare è doversi spostare spesso da solo, contando sui locali per trovare qualcuno con cui scalare. Alla lunga il gioco costa, e dopo aver consumato qualche auto in giro per mezza Europa nasce il bisogno di nuovi stimoli vicino casa. Così, alla fine degli anni ’90, comincia a chiodare la falesia elitaria del Meteorite in Val d’Adige, ad aprire Atlantide, a sistemare la Sgrenza. Ripensandoci ora, ammette: “Forse in qualche caso non aveva senso invadere e alterare la quiete di quell’ultimo paradiso terrestre roccioso”, riferendosi alla scarsa frequentazione del Meteorite.
Le vie più difficili, escludendo Atlantide, sono Nagay, 8c al Covolo chiodata da Marco Savio e salita nel 2003, e Rottame a Ceredo, chiodata qualche anno prima da Luca stesso e salita anch’essa nel 2003.
A Luca piace arrampicare perché in fondo è un tattile: gli piace toccare la roccia, scovare gli appigli giusti, sentire il piede spingere su un appoggio sfuggente. E in fondo anche chiodare lo porta a toccare in profondità il mondo minerale. Anche a casa si rifugia in cantina a limare un rampone, ad aggiustare una presa, a migliorare il muro o il Campus Board, a inventarsi nuovi sistemi di allenamento da collaudare. È sempre con le mani in movimento.
Ma perché chiodare, perché spendere tante energie e soldi propri per chiodare? Luca lo fa perché gli piace e si diverte: è una parte fondamentale dell’universo arrampicata. Chiodare ti porta a cercare linee nuove, a immaginare sequenze, a fantasticare su quanto sarà bello stringere quegli appigli e provare a metterli in fila. E quando il gioco si fa difficile, a chiederti: “Ma si riuscirà a tenere quell’appiglio?”.
Nel nostro incontro Luca si lascia andare a qualche considerazione sull’ossessione dell’arrampicata sportiva estrema: “Agli esordi era diventata una mania. Dal ’93, per i dieci-dodici anni successivi, ho trascurato la mia famiglia per orgoglio ed egoismo. Sono passato sopra a un sacco di cose come un rullo compressore, rendendomene conto ma facendo sempre il minimo indispensabile. C’era sempre una riga di appigli ad aspettarmi in qualche falesia”.
I suoi punti di forza sono stati la costanza estrema, la voglia di mettersi alla prova e l’entusiasmo che si riaccende ogni volta che entra in falesia. In un’attività dove tempo e impegno fanno la differenza, è stato decisivo.
Quello che patisce, in falesia, è lo sguardo penetrante di chi guarda. Cosa che invece non gli pesava in gara: nella Coppa Italia lead lo sguardo degli spettatori lo stimolava. Ma se deve scegliere, la specialità agonistica che ha amato di più — e che lo ha portato anche su qualche tappa di Coppa del Mondo — è il boulder: più divertente, più stimolante, più appagante.
Nel 2008 la svolta: dopo tantissima falesia, Luca smette di scalare e comincia a prepararsi per la montagna alta e per lo sci. Non è facile per lui entrare nel giro dell’alpinismo, perché i suoi amici sono tutti in falesia. Il lavoro in negozio, anche di sabato, gli rende difficile trovare compagni per le uscite di domenica e lunedì. “Ho tribolato di più a trovare gente con cui scalare che a salire le vie”.
La decisione di diventare Guida Alpina è una vocazione che viene da lontano: “Avevo iniziato a scalare nell’89 con l’idea di fare la Guida, ma poi è maturata tardi: la forza dell’arrampicata è qualcosa che difficilmente riesci a domare, quando ti rapisce”. E poi, per affrontare il corso servono soldi da parte e tempo da dedicare ai moduli. Nello stesso periodo inizia anche l’avventura chiamata famiglia: si sposa con Vale nel 2007 e nel 2008 comincia la preparazione intensa.
Nel 2010 nasce Giulia. Il 2011 è l’annus horribilis: rottura del crociato anteriore durante la prova sci per la selezione di Guida. Nel 2013 nasce Annalisa e passa anche la selezione per il corso. Diventa Aspirante Guida Alpina nel 2014.
È un periodo durissimo per Luca, che deve continuare a lavorare per vivere, prepararsi prima per le selezioni e poi affrontare gli oltre cento giorni di corso. Ma è ancora più duro per Valentina e per tutta la famiglia: due bimbe da crescere e un papà che c’è a singhiozzo.
È facile dire che se oggi Luca è Guida il merito è anche di sua moglie Valentina.
Si apre quindi un nuovo capitolo. “Mi piace anche ravanare in posti dove dieci anni fa non mi sarei mai cacciato”, mi racconta divertito.
Nella sua visione rigorosa del mondo, esclude che oggi possa lavorare come Guida Alpina e come commesso, gestire la famiglia, stare con Valentina e le figlie, e al tempo stesso tornare ad arrampicare sulle difficoltà a cui era abituato.
Alla fine, Luca mi lascia il dubbio se abbia o meno salito qualche via di 9a ad Atlantide…
