Giuseppe Zanini

Raccontare cosa ha fatto il Beppo per l’arrampicata veronese è come scrivere una lunga odissea non ancora finita e se io sono ancora qui ad arrampicare e se ho potuto iniziare a muovermi, in sicurezza, sulle falesie e sulle vie del nostro splendido territorio, sicuramente lo devo anche a  lui. E con me, anche tutti voi.

Beppo nasce nel 1957 e dopo un’adolescenza passata nelle grotte assieme all’amico Franco Sgobbi (qualcuno ha mai salito la Placca Sgobbi a Stallavena? Beh, è stata aperta con gli scarponi, dal basso e con soli 3 chiodi…), finalmente approda alle rocce.

Nel 1972, assieme a Franco Sgobbi effettua delle prove salendo una via a due tiri nelle cave di Avesa (multi-pitch di cui abbiamo perso l’esistenza…) per poi approdare nel 1973 a Stallavena assieme all’immancabile Franco Sgobbi e Nereo Gazzieri.

Il fatto quindi che quest’anno, 2023, abbia aperto a Stallavena, proprio vicino allo Sperone dove ha mosso i primi passi verticali, una nuova via per festeggiare i suoi 50 anni  di arrampicata (“Bepporock 50”) non è quindi un caso, ma il risultato di un lungo percorso fatto di passione, fatica ma anche di soddisfazioni.

All’epoca, l’apprendistato era molto rischioso e avveniva da autodidatti desiderosi di apprendere da libri, manuali e pochissime figure di riferimento. 

Questi particolari sono importanti poiché Beppo inizia ad arrampicare nel periodo storico, decisamente classico, caratterizzato dalle figure carismatiche di Navasa, Dal Bosco e Baschera, generazione che lascia il segno fino agli anni 1976/77, per poi riprendere, sostanzialmente dopo il suo anno militare (1978), con la nuova generazione catalizzata dal gruppo dei Nani, ragazzini di qualche anno più giovani che avevano già cominciato a concepire l’arrampicata in falesia ed in montagna in modo diverso ed a sperimentare i nuovi materiali.

Beppo si definisce, lui stesso, “un anello di congiunzione” tra queste due generazioni. Ad esser precisi conosciamo soltanto lui e Gerardo Gerard, anche lui tuttora attivo, come gli ultimi due testimoni storici di questo importante passaggio generazionale.

Il suo apprendistato alpinistico è tipico di quegli anni, con le prime ascensioni in ambiente sulle Piccole Dolomiti, primo terreno su cui solitamente si cimentavano gli alpinisti veronesi e poi sulla parete del Medale a Lecco, luogo molto frequentato dai veronesi, almeno fino al 1980, quando venne oscurata dallo sviluppo arrampicatorio della Valle del Sarca,

Dal punto di vista alpinistico Beppo ha avuto la fortuna di crescere in un periodo di grandi mutamenti, culturali, psicologici e dei materiali: la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta furono infatti l’epoca delle sperimentazioni. E Beppo si può definire a tutti gli effetti uno dei principali “sperimentatori”, uno di quei protagonisti che portarono a Verona le avanguardie nate sulle pareti statunitensi ed anglosassoni e che avevano raggiunto la Francia attraverso le Calanques ed il Verdon, e l’Italia attraverso Finale, la Valle dell’Orco e la Val di Mello, come luoghi simbolo tra i più famosi.

Consideriamo ad esempio le calzature: Il Beppo nel 1976 era stato a scalare nelle Calanques ancora con gli scarponi semirigidi, ma ben presto li soppiantò con delle scarpe da ginnastica che a loro volta lasciarono il posto, nel 1978 al primo vero paio di scarpette d’arrampicata. Cambiarono poi gli imbraghi, i metodi di assicurazione e soprattutto come attrezzare le falesie.

Anche il periodo alpinistico del Beppo è degno di nota: dopo una fertile esperienza sulle Dolomiti, a cavallo fra gli anni 70 e 80,  e dopo una campagna sulle Pale di San Martino con base logistica al rifugio Treviso, il Beppo ripete diversi itinerari classici e tocca il suo apice alpinistico salendo il prestigioso Pilone Centrale del Freney assieme a Bruno Bettio (1983), una salita che rappresenta il sogno di molti di noi. 

“Bruno, oltre ad essere la mente ed il trascinatore del gruppo, era un talento naturale, era un purista al massimo, che scalava con mezzi leali. Io lo paragonerei a Tondini.. io invece sono più san-fasson!”

“In quegli anni la sede del GASV, Gruppo Alpinistico Scaligero Veronese, era il nostro punto di riferimento e lì prendevamo in prestito libri di alpinismo con cui colmavamo la nostra sete di conoscenza dei personaggi e delle vicende dell’alpinismo con i quali ci confrontavamo.”

Parallelamente a queste avventure alpinistiche, cominciò ad esplorare i luoghi simbolo della rottura della tradizione alpinistica. Lui con i Nani fu sicuramente tra i primi veronesi ad arrivare in Val di Mello, Finale Ligure e Verdon: erano viaggi in cui spiccava lo spirito di ricerca: “Ogni volta che si andava in un posto nuovo portavo a casa qualcosa, ad esempio in Verdon per arrivare alla base della parete ci si cala dall’alto! Era strano per quei tempi…e la chiodatura era fatta in una certa maniera, e per la calata c’erano catene al posto di cordini… tutte cose nuove!” – continua  – “Quello che mi ha stimolato di più nel visitare posti nuovi è che da ogni posto portavo via qualcosa, non tanto la “patacca” di esserci stato!”

“È stato molto bello e coinvolgente vivere l’evoluzione dell’arrampicata sportiva. Allora quando si viaggiava nelle falesie della Provenza, o nel finalese, sicuramente c’era più sugo, c’erano molti elementi per magnifiche anarchiche avventure, c’era l’ambiente, la compagnia e la possibilità di bivaccare…”

Tutto ciò che imparava fuori Verona lo importava nei luoghi di casa, a lui si deve la valorizzazione ad esempio delle mura austriache cittadine come pareti di allenamento (1979), a lui si deve la prima sistemazione, a chiodi cementati, della falesia di Stallavena (1979) ma soprattutto l’esplorazione verticale del favoloso mondo di Ceraino (1978). La Chiusa di Ceraino con le sue placche calcaree lisciate dai ghiacciai rappresentavano una netta rottura con la tradizione: se a Stallavena si poteva mimare, in piccolo, l’arrampicata dolomitica fatta di appigli netti e verticalità, a Ceraino l’arrampicata su placca, l’impossibilità di utilizzare chiodi tradizionali, la necessità di utilizzare scarpette morbide e a suola liscia, esigeva un deciso cambio di passo e di pensiero.

“Ceraino è stata l’evoluzione, il distacco dalla tradizione. La nostra ricerca di novità si è concentrata lì e lì abbiamo utilizzato il primo spit”.

Anche la prima sistemazione di Stallavena, con relativa pubblicazione della prima guida cartacea, ha rappresentato un momento miliare per la Verona dei rocciatori: prima c’erano solo una quindicina di vie, malamente attrezzate, ma teniamo presente che anche dopo questa sistemazione la calata “moulinette”, oggi standard, non era ancora presente in quanto questa pratica non era ancora conosciuta!

In questa rivoluzione Beppo non era solo, ma era confortato dal nascente dal gruppo dei Nani, fra i quali spiccava, per capacità, innovazione e carisma soprattutto Bruno Bettio, senza peraltro dimenticare Stefano e Cristiano Tedeschi oltre a Michele Macrì – non dimentichiamo che Bruno e Michele furono gli autori della splendida via Carmina Burana alla Chiusa di Ceraino.

All’incirca nel 1985 il Beppo pian piano spostò l’attenzione dalle vie a più tiri alla nuova concezione dell’arrampicata in falesia, ovvero un’attività non più propedeutica alle lunghe scalate in ambiente, bensì fine a se stessa, quella che oggi chiamiamo arrampicata sportiva.

A Stallavena mise a frutto l’esperienza accumulata nelle falesie del Verdon. Valorizzò queste storiche pareti sistemando le vie già presenti ed aprendone molte altre nuove, così il numero degli itinerari salì da una quindicina a più di novanta! Il lavoro venne temporaneamente concluso nel 1987 con la pubblicazione di una guida aggiornata, dove chiude la presentazione con un canzonatorio e mai rispettato: “vado in pensione!”. 

Da allora le ondate di richiodature a Stallavena, e di relative pubblicazioni di guide per recuperare i soldi spesi in materiale, si sono susseguite periodicamente fino ad arrivare alle odierne 196 vie, di ottima chiodatura effettuata sempre da Beppo in maniera molto precisa, con coscienza e cognizione. 

È importante evidenziare che, a Stallavena ma anche in altre falesie veronesi, non tutte queste vie sono state aperte dal Beppo ma sicuramente tutte sono state sistemate e richiodate da lui: insomma se non era il primo salitore sicuramente ne è diventato il “richiodatore”… e questa è un pò come la differenza tra padre biologico e padre adottivo. Ma in qualunque modo giriamo la frittata, si tratta sempre di lavoro, impegno, passione, rispetto ed attenzione, quasi maniacale, verso un territorio che ci regala piacevoli ed indimenticabili sensazioni di benessere.

Nel frattempo Beppo, dopo la prima esplorazione iniziale di Ceraino, dal 1978 al 1984, ritorna alla Chiusa nel 1988-1989, per una massiccia chiodatura di nuovi itinerari, ma in quest’area sta aprendo anche Sergio Coltri, l’astro nascente, e questo darà origine alla prima guida di Ceraino co-firmata da Beppo e Sergio (1989).

Nel frattempo l’opera di chiodatura e richiodatura di Beppo si estende a quasi tutte le falesie veronesi incluso Ceredo. Qui a Ceredo i primi itinerari sportivi vengono aperti da Beppo e Michele Campedelli (Peci), subito affiancati da Fabio Dal Maso, Giampaolo Pesce, Stefano Zanini (Nino) ed Emanuele Sartori (Lele), fratello di Nicola. Sempre a Ceredo fa crescere i giovani (di allora) leoni, Luca Gelmetti, Andrea Tosi e Nicola Sartori (Nicolino).

È anche importante evidenziare che il Beppo amava alternare il tavolo di studio al trapano e quindi ha collaborato ad un primo corso di arrampicata sportiva nel 1988, ha fatto suo il manuale francese Cosiroc sulla chiodatura dell’arrampicata sportiva ed ha pure “lavorato” in valle del Sarca come chiodatore nel 1990.

Passano gli anni e l’azione del Beppo aumenta, sia in quantità che in qualità, arrivando anche a spendere lunghe e davvero faticosissime giornate sulle fantastiche vie multi-pitch del monte Cimo e anche qui una fantastica dettagliata guida, ad oggi ancora la migliore, suggella questo lavoro titanico (1999).

Per concludere, è più facile elencare le falesie sulle quali il Beppo non ha mai messo le mani rispetto a quelle entrate nella sua sfera di azione.

Anche se abbiamo focalizzato principalmente la nostra attenzione sulla sua attività in falesia, negli anni ha sempre coltivato, a fasi alterne, la passione per le vie lunghe, viaggiando ed arrampicando ora in Val d’Aosta, ora in Piemonte, ora in Svizzera ed ovviamente ogni tanto in Dolomiti.

Ma lasciando un attimo da parte la sua prolifica attività di arrampicatore e chiodatore, è significativo riportare diverse riflessioni per capire il Beppo-pensiero.

Sulle sue famose guide: “Ho scritto queste  guide per tentare di fare ordine, più che per recuperare i soldi investiti in materiale. Mi dispiace molto non aver messo i nomi degli apritori e le date di apertura ma ho voluto coprire gli autori da eventuali problemi legali. In fin dei conti ho fatto tabula rasa della storia. Io stesso non mi ricordo più chi le ha aperte e quando. Sì! È stato un errore ma non si poteva fare diversamente!”

Sulla sua chiodatura: “I chiodi ogni 2 metri e mezzo sono l’arrampicata sportiva, mentre oltre i 3 metri sono alpinismo, perché su terreni classici non perfettamente verticali o strapiombanti non sai come potrai cadere.. I primi spit sono quelli più pericolosi dove se cadi arrivi a terra… Una volta ci pensavamo poco. Ora ovviamente sono cambiato, uso il casco, e venendo meno l’allenamento vedo i pericoli che una volta sottovalutavo. Questo ha un pesante impatto sulla mia chiodatura odierna.”

Perché chiodare? “A me piace creare delle linee di arrampicata… e ogni chiodatore finisce con il ritrovarsi in almeno una di queste tre caratteristiche: “edonista”, cioè un atteggiamento auto-incensante, “altruista” cioè impiegare il tempo per la comunità ed “egoista” poiché ho messo i chiodi lì, quella via mi appartiene.”

La sua carriera: “Sicuramente nella mia vita ho più chiodato che arrampicato, spesso in condizioni difficili! Ad esempio, mi ricordo che il 31 dicembre del 1999, al pomeriggio, dopo il lavoro, ero a Ceredo Alta a chiodare malgrado il tempo infame. Quando sono sceso dalla parete, al buio e da solo, c’erano ben 30 centimetri di neve fresca… ed arrivato alla macchina non è stato così semplice tornare a casa.”

Tempi moderni: “Ai nostri giorni in tre mesi si riesce a compiere il percorso evolutivo che allora si poteva fare in tre anni. Ma oggi si vede chiaramente che la storia, alpinistica e delle nostre pareti, è andata perduta e non interessa più a nessuno. Vedo una massa di arrampicatori, intruppati e massificati. Ma è il segno dei tempi attuali e non è certo colpa loro.”

Stallavena, quante volte è stata richiodata? “Dapprima sono stati infissi i chiodi. Poi ho fatto un giro a cementarli tutti. Infine vi è stata la tornata degli spit infissi a mano. Finalmente ho poi ripassato e sostituito con fix del 10. Alla fine siamo arrivati ai fix del 12”.

Il Beppo in cifre: una stima per difetto porta a ritenere che abbia infisso oltre a 10.000 (diecimila) spit in quanto ha sicuramente rivisto almeno 1.000 (mille) tiri. Se vi sembra una stima generosa pensate alla sola Stallavena, aggiungete Ceraino, Placca d’Argento, Ca’ Verde, Pilastri di Montecchio e Monte Comun, Marciaga, Ceredo, Avesa, val Galina, val Borago… Inoltre le vie multipitch del Monte Cimo. Se poi usciamo dal territorio veronese lo avremmo trovato impegnato nella falesia vicentina di Barbarano, in falesie a Finale Ligure, in falesie in Valle del Sarca, su vie nuove o richiodate alle Placche Zebrate e a Malcesine…

Sebbene conosca il Beppo da moltissimi anni, alla fine non conosco quasi nulla della sua vita privata, stante il suo carattere timido, riservato, forse burbero, ritroso ad ogni intervista o uscita pubblica, ma sempre pronto a dispensare buoni consigli e divertenti aneddoti. Se volete sapere qualcosa in più di lui, vi consiglio di leggere le sue introduzioni alle guide nelle quali sono presenti suoi commenti, a volte caustici, a volte divertenti ma che indubbiamente fanno emergere la sua vera personalità. Insomma è un personaggio che, dietro alla scorza dura e selvaggia, ha un grande cuore ed una generosità davvero smisurata.

Per concludere, se l’opera del Beppo è stata monumentale e su questo non vi è ombra di discussione, mi piace pensare che non è stata un’opera titanica solitaria ma che, specie chiodando a Ceredo, ha avuto giovani amici, Luca Gelmetti, Andrea Tosi e Nicola Sartori in primis, che hanno da lui appreso e con i quali continua un dialogo costruttivo che ha dato origine alla neonata associazione Arrampicata Verona APS.


Pubblicato

in

da

Tag: