Gerardo Gerard, classe 1951, arrampica a buon livello da una vita. È forse il più longevo della scuola alpinistica locale: copre un arco che va dalla fine degli anni Sessanta a oggi.
Per questo Gerardo mi guida in alcuni aspetti fondamentali della storia alpinistica di Verona: ha avuto la fortuna di legarsi in cordata con molti dei protagonisti che racconto in queste pagine.
È riservato sulla sua vita personale e sulla sua carriera. Preferisce descrivere con cura i compagni — pregi, caratteristiche, difetti — piuttosto che parlare di sé. Di sé, con un understatement quasi anglosassone, dice: «ero curioso, ero un ripetitore, ho avuto la fortuna di arrampicare con grandi personaggi».
Accenna appena al fatto di essere Guida Alpina e di conoscere bene luoghi e personaggi al di fuori della stretta cerchia veronese. Questa apertura mentale gli viene riconosciuta da tutti i compagni di cordata.
Gerardo mi guida negli anni descrivendomi il passaggio del testimone da una persona all’altra, e mi aiuta a identificare le figure chiave dell’evoluzione storica. L’obiettivo non è eleggere il più bravo: è far emergere le qualità dei protagonisti più influenti per capire il cambiamento.
È Gerardo che recupera il ricordo di Flavio Ghio, con cui è ancora legato da un’amicizia che dura nel tempo.
«Vedi — mi dice — le scarpette sono arrivate qui con Ghio, decisamente in anticipo rispetto alla scena italiana. Ed è stato uno scandalo!»
«E poi lo stile: Ghio ha impressionato Andrea Taddei, che era un arrampicatore di grandi capacità, forse il migliore di tutti noi. Andrea è stato l’unico che ha copiato lo stile posato di Ghio. In tanti anni non l’ho mai visto tirare di forza: dava l’impressione di scalare calmo e tranquillo, senza fare fatica».
Gerardo è rimasto colpito dallo stile di Flavio Ghio, che sembra essere stato assorbito prima da Andrea Taddei e poi da Lino Ottaviani, il quale a sua volta ha fatto scuola a Nicola Sartori. Quattro fuoriclasse di epoche diverse, accomunati da uno stile inconfondibile: lento, metodico, preciso.
Anche Flavio Ghio riconosce il valore di Gerardo. Mi scrive: «come non ricordare la traiettoria alpinistica di Gerardo: sale ancora da primo su difficoltà allora incredibili, e nello stesso tempo si avventura sui vecchi viaz con difficoltà inimmaginabili per gli attuali climber. Aggiungi a questo la sua attività culturale. Non è forse il manifesto esemplare di un rinascimento antitetico a ogni tecno-specializzazione?»
A metà degli anni Settanta, dopo l’orgia della scalata artificiale, si era riscoperta la scalata libera tirata davvero all’estremo, spesso praticata in solitaria.
Gerardo ripete con Andrea Taddei diverse vie, che poi Andrea si rifà da solo: insieme salgono per esempio la Aste-Susatti a Cima di Pratofiorito, in Ambiez, una via con tratti scabrosi, e successivamente Andrea ne firma la prima ripetizione solitaria. Classe e fegato.
Stessa storia per la Carlesso al Soglio Rosso, con la differenza che questa volta Gerardo è in cordata con Franco Sgobbi.
Gerardo indugia a descrivermi lo stile di Andrea Taddei, puro arrampicatore di classe, poi il discorso scivola su Franco Sgobbi: proprio quello della via «placca Sgobbi» a Stallavena.
«Franco Sgobbi era un autentico toro. Aveva una testa e un fisico da alpinista con i fiocchi. Era un duro, aveva talento. Veniva dalla ginnastica e gli erano rimasti gli allenamenti: alla sbarra faceva un centinaio di trazioni, e si fermava più per noia che per stanchezza. Una forza fisica erculea, e a chiodare era abilissimo. Aveva un motore pazzesco. Sarebbe stato il classico tipo da invernali, paragonabile per attitudini a Renato Casarotto. Non aveva complessi nei confronti dell’alpinismo classico o dei miti. Rielaborava a modo suo le manovre tecniche, con un principio imprescindibile: che le soste fossero solide. Una viva intelligenza. Ed era un duro.
Peccato che poi si sia perso e che il dissesto fisico l’abbia portato a una morte prematura nel 2003. A volte la troppa intelligenza fa brutti scherzi».
Gerardo ha 24 anni, Sgobbi solo 17, e insieme ripetono molte vie in Civetta — Andrich, Ratti, Tissi… — allora completamente schiodate dagli agordini. Ripeterle significa salire con un mazzo di chiodi e il martello, e la fatica grossa del piantare i chiodi se la spartiscono a turno, senza problemi.
Per convincermi delle capacità di Franco Sgobbi, Gerardo mi racconta della ripetizione della Solleder alla nord-ovest del Civetta, grossomodo nel 1974-1975. Sgobbi ha 17 anni ma ha già maturità e intelligenza, oltre al solito mazzo di chiodi visto che la via è completamente schiodata; Franco Perlotto, in cordata con lui, ne ha 16 e fama di scavezzacollo. Pur giovanissimi, e nonostante un bivacco a pochi tiri dall’uscita, superano la Solleder senza problemi, con Sgobbi da capocordata.
Gerardo mi parla a ruota libera dei suoi compagni di cordata.
«Gino Seneci è stato uno dei miei migliori compagni di cordata: determinato, freddo, ottimo arrampicatore, sapeva mantenere la testa a posto nelle situazioni più intricate. Non era certo un pazzo scriteriato.
Gino è stato, nel suo breve periodo da Guida, capace di condurre i clienti sulle vie più difficili del Monte Bianco. Ha manifestato presto le sue attitudini imprenditoriali: la sua testa era un crogiolo di idee che con gli anni si sono rivelate vincenti.
È stato il primo a capire le potenzialità di Arco e della Valle del Sarca, e a lavorare per trasformare quell’idea in realtà. Ha intuito il ruolo delle gare fino a diventare il deus ex machina dell’organizzazione di Arco. Si è buttato sulla creazione delle strutture in plastica per l’arrampicata indoor. Ha capito il valore delle falesie certificate finanziate dall’ente pubblico, con cui sa relazionarsi in maniera eccellente. Una vera macchina da guerra».
Gerardo ha avuto anche un’amicizia tardiva con Lino Ottaviani: si sono trovati insieme nell’avventura del corso di Aspirante Guida e poi di Guida Alpina.
Mi faccio spiegare da Gerard la genesi delle scarpette. Come detto, Ghio arriva con le scarpe da ginnastica e viene prontamente imitato dai ragazzi. Poi si comincia a usare le pedule Calcaires della Galibier; le prime, doloroso, scarpette — le EB — arrivano da Londra.
All’inizio le scarpette in Dolomite erano viste con diffidenza anche dai fuoriclasse. Renato Casarotto, che pure le aveva usate in Gran Bretagna a metà degli anni Settanta, diceva che «qui da noi», cioè sulle Dolomiti, non andavano bene.
Gerardo si sofferma anche sulle scalate in solitaria: «agli inizi si era sviluppata una tecnica della solitaria che si tramandava di maestro in allievo. Franco Sgobbi, che ha scalato la Carlesso al Soglio Rosso da solo, l’aveva appresa dal Cola. Il Cola, che aveva fatto in solitaria la via Olimpia in Catinaccio, l’aveva imparata da Milo Navasa. E Milo Navasa, autore della solitaria della Maestri alla Roda di Vael, l’aveva quasi certamente imparata da Armando Aste».
Ecco come passavano le informazioni tecniche tra i pochi scalatori, in un’epoca senza social network.
Le solitarie, che passione antica. Sgobbi le faceva in auto-sicura, sullo stile di Casarotto; anche Andrea Taddei le frequentava, anche se oggi non vuole parlarne.
Poi il discorso cade su Sergio Faccioli, che era davvero fuori dalle righe. Gerardo ha ripetuto moltissime vie con lui e ne conosceva pregi e lati negativi. Il «Biondo mato» — non era matto, era preparatissimo — era un personaggio originale. È passato alla storia per aver salito in solitaria, in tre ore, la Carlesso alla Torre di Valgrande in Civetta . Ma i momenti più pericolosi, racconta Gerardo, erano quelli passati con lui in auto, perché guidava come uno scatenato.
Provoco Gerardo suggerendogli qualche nome.
Gianni Rodighiero? «Beh, Gianni ha introdotto il concetto di allenamento scientifico, che l’ha portato a ripetere serialmente tutte le vie più difficili delle Dolomiti, fino al Philipp-Flamm».
I Nani? «Bruno Bettio spiccava su tutti!»
Sergio Coltri? «L’ho conosciuto sedici anni fa, quando problemi di salute analoghi ci hanno fatto fare cordata. È stato, ed è tuttora, un leader: ha fondato la scuola dei caprinesi. Uno scalatore in grado di muoversi naturalmente in solitaria fino al VI+ e a vista fino al 7a…»
Gerardo si ostina a non parlarmi di sé, ma testimonia con dettaglio questo periodo ormai passato. Ammette, alla fine, di essere il più longevo di tutti: è ancora in attività — e su difficoltà di tutto rispetto, aggiungo io — dalla fine degli anni Sessanta. Anche la sua visione culturale dell’alpinismo, a Verona e oltre, è affascinante.
Iniziamo un lungo discorso sul perché Verona sia stata subalterna, dal punto di vista alpinistico, alle vicine Rovereto, Trento, Vicenza. Un problema di non facile soluzione, che si può però ricondurre alla mancanza di vivai e di forze trainanti.
A Verona un vero leader c’era stato — Giancarlo Biasin —, leader sul piano mentale, fisico, professionale. La sua scomparsa prematura ha bloccato il processo. Dopo di lui non sono emersi modelli di leadership capaci di sviluppare quella generosa empatia con tutti gli alpinisti.
Milo Navasa, per esempio, grande alpinista e acuto individuatore dei grandi problemi — basti pensare alla via delle Grole alla Rocchetta di Bosconero o alla via Verona al pilastro rosso della est di Cima Brenta —, era piuttosto individualista, e quindi non aveva le caratteristiche del leader che sarebbe servito all’ambiente veronese.
Per forza e intelligenza, forse Franco Sgobbi avrebbe potuto raccogliere l’eredità prematura di Biasin, ma poi ha scelto un’altra strada.
Anche dentro la scuola di roccia Priarolo del CAI le figure di riferimento erano piuttosto mediocri, e spingevano verso un alpinismo di ripetizioni.
Insomma, le forze formative necessarie a portare il livello veronese all’eccellenza qui non ci sono state.
«Gerardo, se dovessi sintetizzare la storia dell’arrampicata a Verona in poche battute, chi metteresti in primo piano?» — gli chiedo.
«Dopo Biasin e Navasa, vedo Franco Sgobbi e Andrea Taddei come innovatori. A metà degli anni Settanta intravedo, timidamente, Gianni Rodighiero e Gino Seneci. Negli anni Ottanta la scena è tutta di Sergio Coltri, che poi lascia il campo a Nicola Tondini: una vera forza trainante, come alpinista e come organizzatore. Tondini è ormai un nome di livello internazionale, e le sue realizzazioni lo dimostrano».
Aggiungo, infine, che Gerardo — pur non conoscendolo di persona — è rimasto impressionato dal curriculum di Nico Rizzotto: nessuno, nella storia alpinistica veronese, ha mai raggiunto un livello simile.
