Angelo viene a trovarmi durante una mia permanenza in un bungalow del campeggio di Arco, proprio sotto al Colodri, e mi dice: «era esattamente il bungalow in cui ho vissuto per due anni, quando ho aperto la prima scuola di Guide Alpine della Valle del Sarca».
Con Angelo, classe 1957, iniziato all’alpinismo al confine tra il vecchio e il nuovo mondo, entriamo nella dimensione del Nuovo Mattino della nostra storia.
Angelo — o meglio Gino, come è conosciuto a Verona — comincia ad arrampicare giovanissimo e frequenta Beppo Zanini, Gianni Rodighiero, Gerardo Gerard, Pierangelo Turri e Andrea Taddei.
A metà degli anni Settanta il centro dell’alpinismo veronese delle nuove generazioni si divideva tra Avesa, Stallavena, i muri della Colombaia sulle Torricelle e i muri di Porta Palio. Gli arrampicatori erano «quattro gatti», ma questi ragazzi sono determinati, e in palestra ci vanno con uno spirito nuovo: cercano la performance, non più il vecchio e frusto allenamento in vista delle Dolomiti.
Così, grazie alla grinta di Gino nascono a Stallavena la via della Placca Fredda (con Gianni Rodighiero) e la via Indiani Metropolitani: vie moderne, pensate fin dall’inizio per essere salite in libera, senza chiodatura da artificiale.
Sempre a metà degli anni Settanta, l’alpinismo veronese di punta si concentra attorno alla scuola di roccia Priarolo del CAI e al gruppo nascente dei giovani scalatori, il gruppo dei Nani.
Gino, iscritto fin da piccolo al Cesare Battisti, arrampica con tutti ma non si riconosce in nessun gruppo: «i gruppi sono spesso autoreferenziali e ci tengono a essere qualcosa di alternativo agli altri, con il rischio di rinchiudersi; e poi sono sempre stato molto individualista, con i pro e contro del caso». Prosegue quindi la sua ricerca senza fare riferimento a un gruppo.
Gino ha una gran voglia di scoprire il nuovo mondo dell’alpinismo, anche grazie alle riviste internazionali che l’amico Gerardo Gerard gli mette a disposizione. Gerardo, soprattutto, conosce tutti gli alpinisti del momento e tutti i gruppi montuosi, compreso il misterioso Bosconero.
Nel 1976 parte in autostop con Beppo Zanini — o meglio, partono separati per aumentare le probabilità di trovare un passaggio — alla volta delle Calanques, dove restano letteralmente senza mangiare per potersi comprare le prime, mitiche scarpette Pierre Allain (PA), trovate a Marsiglia nel fornitissimo negozio Le Cabanon. Sono con tutta probabilità le prime scarpette d’arrampicata mai viste a Verona.
In questi anni Gino ripercorre itinerari dolomitici impegnativi come la Vinatzer con variante Messner in Marmolada, con Gianni Rodighiero, dove una tempesta li costringe a un bivacco sulla cengia.
È poi la volta del Croz dell’Altissimo, dove ripete sei o sette vie sempre con Gianni Rodighiero, Andrea Taddei, Gerardo Gerard e Beppo Zanini. E poi si butta a ripetere alcune delle grandi vie di Aste in Dolomiti, anche se gli dispiace ancora oggi aver mancato l’Ideale in Marmolada.
Con Gianni e Gerardo, in particolare, gli obiettivi si dividono tra Civetta e Marmolada.
Un altro momento significativo, già teso al Nuovo Mattino, è il primo viaggio in Verdon nel 1977, con Andrea Taddei, di nuovo in autostop, perché sono ancora senza macchina.
Sono i primi scalatori di Verona a mettere mani e piedi nel mitico mondo del Verdon. Nel campeggio, allora più simile a un campo nomadi, nello stesso piazzale si trovano Pete Livesey e Ron Fawcett, scesi dall’Inghilterra per provare in libera gli itinerari più impegnativi.
Gino e Andrea salgono la via Demande senza dadi, di cui non conoscono ancora l’esistenza, e proseguono incastrando nodi di cordino nelle fessure. All’ultima lunghezza, un camino di 6a, con trenta metri di corda libera sotto il sedere e un pugno saldamente incastrato in fessura — ma in una situazione comunque precaria —, Gino sta tallonando una cordata di inglesi che lo precede. Ha una certa premura di chiudere il tiro e rilassarsi. Ma la grassa inglese che lo precede non riesce a salire e non trova di meglio che mettere un piede sul casco di Gino. Per fortuna, l’incastro di pugno tiene.
L’evoluzione alpinistica di Gino passa anche da una 500 giardinetta «camperizzata», che gli permette di viaggiare e dormire in piena autonomia: «così andavo al Ciavazes col Beppo».
Nel periodo 1975-1979 Gino arrampica e frequenta il mondo veronese facendo sempre centro a Stallavena, anche se in quegli anni effettua sporadiche uscite a Ceraino, lato vecchia ferrovia, e al Sengio Rosso. Oltre ai compagni già citati ricorda le scalate con Franco Sgobbi (quella della placca Sgobbi a Stallavena), Tegolina, Taietta, Rolando Fornari, Bruno Bettio (una delle prime ripetizioni della Don Chisciotte in Marmolada), Nicola Sartori, Michele Macrì e Stefano Tedeschi, con cui compie una ripetizione della goulotte Bettembourg all’Aiguille Verte.
Nel 1979-1981 Gino allarga i propri orizzonti e comincia ad arrampicare con i bresciani, e con Marco Preti in primis. Gli obiettivi diventano Scozia, Verdon e Monte Bianco.
Dal 1981 il giro di compagni si amplia ancora: arrampica con scalatori di Torino e frequenta molto le Alpi Occidentali, soprattutto il Monte Bianco.
Nel frattempo si laurea in geologia, ma non ne fa una professione: nel 1981 partecipa al corso Guide Alpine. Sempre nel 1981 fa un certo scalpore la sua prima salita italiana al couloir nord del Dru, con Claudio Persico conosciuto alle Calanques.
Nel periodo 1980-1983 è tra i primi a salire le cascate di ghiaccio, un’attività che comincia ad affermarsi tra le nuove generazioni.
Fino al 1985 continua ad abitare a Verona e a fare il mestiere di Guida Alpina cittadina, fatto allora abbastanza inusuale — in Italia se ne contano meno di una decina —, ed effettua duecento, anche duecentocinquanta giornate di attività in montagna all’anno.
Ma la vita di Gino è in continua evoluzione: è un vulcano in movimento, sempre in giro, diviso tra roccia e ghiaccio.
Andando in Brenta, passando in auto per la Valle del Sarca, rimane affascinato da quelle grandi pareti, allora solcate da poche, difficili vie: un ambiente solare, rilassato, con tante possibilità di esperienze sportive che in futuro verranno definite outdoor.
Qualche anno prima, nel 1975 o 1976, con Andrea Taddei aveva compiuto una delle prime ripetizioni della via Barbara al Colodri, che li aveva impressionati al punto di portarsi un sacco da bivacco per ogni evenienza.
Sono anni in cui si compiono le prime ripetizioni, ancora rare, di vie ora classiche: una delle prime ripetizioni del Diedro Martini, e la ripetizione della via degli Amici al Brento con bivacco in parete e una discesa infinita verso Lundo, con Emanuele Perolo.
Alla sera, dopo la giornata di lavoro, incontra spesso Heinz Mariacher, Luisa Iovane e Roberto Bassi, che stazionano nella casa del Bepi del Colodri, oggi pizzeria California. Capita che partano insieme per salire una via sul Colodri, a tratti di conserva per andare più veloci: giusto per restare sempre allenati.
Una mattina, arrivando da Verona al sorgere del sole, Gino si lascia rapire dalle potenzialità della Valle del Sarca. Siamo nel 1986: decide di trasferirsi stabilmente ad Arco, in campeggio, dove apre la prima scuola di Guide Alpine della valle, nota con il nome di Dislivelli.
Il suo spirito imprenditoriale si vede subito: per farsi pubblicità compra anche uno spazio sulla rivista naturalistica Airone.
È di Gino, peraltro, il primo articolo mai comparso sulle riviste alpinistiche nazionali — la Rivista della Montagna, 1981 — dedicato all’arrampicata in Valle del Sarca: «Sui caldi calcari del Garda».
Qui in valle è conosciuto con il nome di Angelo, essendo Gino il suo secondo nome. La vita alpinistica di Gino e quella di Angelo, in effetti, sono due vite diverse che convivono nella stessa persona: Angelo-Gino.
Sono ancora anni di intensa attività di Guida, a tratti un po’ frustrante: a volte gli sembra di andare in ufficio, anche se gli piace il rapporto con clienti e amici. Ripete per sei giorni di fila la Fehrmann al Campanile Basso, o per sei giorni di fila la parete nord della Tour Ronde nel Bianco.
Dopo qualche anno la motivazione per il mestiere di Guida viene meno: si accorge che è incompatibile con una vita di famiglia, o quantomeno di coppia. Ma soprattutto, nel 1986, nascono le prime gare mondiali di arrampicata.
Gino, all’inizio, non ci crede: «nel 1985 ho detto che le gare non avrebbero mai avuto futuro». L’anno successivo, però, tramite un assessore del comune di Arco conosce Andrea Mellano ed Emanuele Cassarà, che gli chiedono di cooperare — con Marco Bernardi, con cui aveva fatto i corsi Guida — all’organizzazione della prima gara di arrampicata di Arco, sulla roccia del Colodri. Nel 1986 Angelo collabora con la troupe televisiva. La manifestazione è un successo.
L’anno successivo viene coinvolto in un progetto che dura tutto l’anno: in pratica, Angelo si inventa la formula del Rock Master di Arco, il cui nome deriva da un libro dell’epoca, «Master of Rock» di John Gill. Ancora oggi Angelo ne è il direttore.
Nel 1988 diventa evidente che la manifestazione non può più svolgersi su roccia: serve una nuova strada. Sono mesi di sperimentazione. Angelo cerca ispirazione da chi costruisce ponteggi, scambia esperienze con amici che costruiscono surf. Nasce così l’arrampicata su plastica: i primi appigli in dash li cuoce nel forno di casa, provando materiali e forme diversi.
È in questo momento che smette di fare la Guida Alpina e inizia — o forse prosegue — la sua attività imprenditoriale, aprendo con Michela Giovanazzi, che diventerà sua moglie, Sint Roc: una delle prime aziende al mondo di strutture di arrampicata artificiale.
Con il boom dell’arrampicata su plastica, Sint Roc diventa un punto di riferimento solido del settore in espansione e firma progetti di palestre in tutta Europa, compreso il nostro King Rock veronese.
Parallelamente a Sint Roc e all’incarico di direttore del Rock Master, un’altra idea innovativa si fa strada nella mente fervida di Angelo: sviluppare il turismo sportivo e dell’arrampicata, coinvolgendo non solo i maniaci scalatori ma anche il pubblico più ampio.
Da qui il primo esperimento italiano: coinvolgere la Provincia di Trento e il Comune di Arco nella creazione delle prime falesie attrezzate dall’ente pubblico. Al suo fianco c’è ancora Michela, che progetta gli interventi di valorizzazione. La prima falesia «comunalizzata» è Massone.
Nel 2013 questa passione diventa una professione: Angelo è ora outdoor advisor, e ha creato un’azienda di consulenza che sviluppa progetti turistici basati sull’arrampicata e sulle altre attività outdoor. Si propone come consulente dell’ente pubblico che vuole investire sul proprio territorio per costruire l’industria del turismo outdoor.
Il primo risultato è sotto gli occhi di tutti: la Valle del Sarca. Un sogno, un’idea, un progetto che non si sarebbero concretizzati senza il contributo di tanti che ci hanno creduto, lavorato, investito. Oggi il brand GardaTrentino, nel mondo del climbing, è un caso di studio a livello mondiale, su cui Angelo ha lavorato per vent’anni.
Non basta solo la natura, e non basta solo l’arrampicata: servono luoghi di incontro, negozi, attività sportive outdoor alternative, servizi dedicati, e così via.
Attualmente Angelo lavora in tutta Italia. Nel 2016-2017 ha diretto un importante progetto di sviluppo del turismo outdoor a Maratea, in Basilicata. Nello stesso periodo è stato invitato a due conferenze internazionali in Cina, dove ci sono enormi possibilità e grandi investimenti per l’arrampicata e il turismo sportivo. Sta anche lavorando, nella vicina Val Daone, per promuovere il bouldering, e in Valle del Chiese e Valle di Ledro sul canyoning.
Questi progetti, Angelo li vive come una trasformazione del territorio. Mi fa vedere alcune fotografie di Maratea: «qui ci sta una ferrata, qui ci stanno 600 vie sotto il 6a», con lo stesso entusiasmo con cui un impresario insiste per vendermi una villetta disegnata sulla mappa topografica.
Lui vede e immagina come sarà trasformata la zona, e quanti turisti attirerà.
Il suo tratto turistico-imprenditoriale è ovviamente molto criticato dagli scalatori puri, quelli che non scendono a compromessi. A pensarci bene, però, stiamo parlando di due approcci che si muovono su piani completamente diversi.
Angelo è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro, che svolge ovviamente con il massimo della passione e dell’impegno. Peccato solo che non gli sia rimasto più tempo per l’arrampicata personale o per il volo, mentre continua a sciare fuori pista.
Oggi Angelo vive ad Arco con la moglie e due figlie.
Accomiatandosi, ricorda com’era l’arrampicata a Verona alla fine degli anni Settanta, e mi dice quanto era bello partire dalle Golosine nella nebbia con il motorino e arrivare a Stallavena ad arrampicare con il sole.
