Nico Rizzotto

Dietro le quinte di questo libro ci sono molte serate passate con alpinisti e scalatori, ma quella più emozionante — la più inaspettata — è stata con Nico Rizzotto, scalatore misterioso e quasi sconosciuto di Monteforte d’Alpone.

L’incontro, organizzato da Mario Brighente, mi ha letteralmente sconvolto: ha scompaginato le convinzioni di un modesto appassionato di montagna come me.

Nico, una decina di anni fa, è balzato sulle cronache alpinistiche quando un giornalista — Carlo Caccia — l’ha scovato e si è fatto raccontare le sue solitarie e le sue invernali, salite che hanno qualcosa di incredibile. Negli ultimi anni, invece, è scomparso: si è dedicato all’attività, anch’essa estrema, di speleo-sub.

Ma andiamo per gradi. Nico è un ragazzo del 1977. Un giorno, passando in bicicletta per Soave, si imbatte in una strana cava circolare che sembra quasi un ritrovo satanico: è la falesia di Soave, una creazione dell’energetico Mario Brighente. È lì che muove i primi passi di alpinista, con un’attrezzatura improbabile rimediata in ferramenta.

Viene notato subito. Mario Brighente lo prende in cordata per circa un anno, da secondo, e poi Nico passa a scalare con Maurizio Gambarin, Giovanni Bonomo e Cristiano Pastorello. Sono anni passati sulle Piccole Dolomiti e sulle Dolomiti. Come dice Cristiano, “in due anni di scalate siamo arrivati a salire anche la Philipp-Flamm in Civetta e non so come, ma siamo riusciti a non ammazzarci”.

A un certo punto Giovanni Bonomo si sposa e Nico, un po’ per necessità e un po’ per vocazione, comincia ad arrampicare in solitaria. Mario Brighente, il suo scopritore e vero “padre alpinistico”, lo aveva intuito da subito: il ragazzo aveva stoffa da vendere, e soprattutto aveva “testa” e l’attitudine tipica di un solitario — determinato, tenace, focalizzato su obiettivi estremi.

Fin da ragazzo la voglia di andare a misurarsi con obiettivi grossi è altissima. A diciotto, forse vent’anni, parte da casa con un motorino di 50 centimetri cubici e uno zaino troppo pesante per salire il Pilone Centrale del Bianco in solitaria. Il tentativo naufraga per impreparazione, ma la difficoltà maggiore — racconta — fu attraversare la metropoli di Milano senza perdersi. Questo aneddoto, da solo, dice molto del personaggio.

Ma lasciamo che a parlare sia il suo scarno diario.

2007

6-7 gennaio: solitaria invernale Diedro Fehrmann al Campanile Basso (Brenta), 350 metri, IV+. Fatta in giornata fino allo Stradone Provinciale, con bivacco fresco.

13-14-15 gennaio: prima solitaria invernale Diedro Aste al Crozzon di Brenta (Brenta), 700 metri, VI, A1. Due bivacchi: uno prima degli strapiombi su neve e uno in uscita sulla spalla.

30 giugno – 1 luglio: prima ripetizione con Federico Rosa della via Gino Bartali (di Massarotto) alla Torre del Boral (Pale di San Lucano), 1.400 metri, VI+.

7 luglio: via Jori sull’Agner (Pale di San Lucano) in cordata con Max, 1.400 metri, VI. Dura.

14-15 luglio: prima solitaria via Onix al Sass Maor (Pale di San Martino), 1.250 metri, VII, A1. Un bivacco sul castello. PS: finalmente è caduta.

2008

4-9 agosto: prima solitaria del Pilastro Martini in Civetta, 1.340 metri, VI+, A3.

19 agosto: solitaria via Heidi in Pala Canali, Pale di San Martino, 500 metri, VI.

25 agosto: solitaria via Erba-Fumagalli a Punta Allievi in Val di Zocca, 300 metri, VII. Tanta neve, in agosto!

1 dicembre: solitaria alla Fessura Franceschini alla Punta del Rifugio (Pale di San Martino), 200 metri, V+. Con i primi freschi!

2009

20 marzo: solitaria via Vinschgerwind sul Casale (Valle del Sarca), 350 metri, VII+, A0.

11 aprile: solitaria via La luna e i falò su Cima alle Coste (Valle del Sarca), 700 metri, VII e A2.

1 maggio: solitaria via Luce del Mattino al Piccolo Dain (Valle del Sarca), 400 metri, VII, A3.

2 maggio: solitaria via Kerouac al Dain di Pietramurata (Valle del Sarca), 300 metri, VI, A1.

8 maggio: solitaria via Excalibur in Mandrea (Valle del Sarca), 300 metri, VII, A1.

9 maggio: solitaria via Il paradiso può attendere sul Casale (Valle del Sarca), 300 metri, VI+, A1, a seguire ferrata Che Guevara di corsa in 3,30 ore.

16 maggio: solitaria via Le fiabe di Laghel in Mandrea (Valle del Sarca), 350 metri, 6c, A1.

12-13 giugno: solitaria via Taldo-Nusdeo sul Picco Luigi Amedeo in Val Torrone (Val di Mello), 480 metri, VI+, A2. Ho fatto la via con materiale invernale, per via della molta neve. Bivacco al Manzi.

21 giugno: free-solo via Decima in Moiazza, 300 metri, V+. Figata!

12 luglio: solitaria sulla via Costantini-Apollonio in Tofana di Rozes, 700 metri, VI, A2. In sole 6 ore!

19 luglio: solitaria via Tetto dei 9 metri in Moiazza, 400 metri, VI, A2. In 6,30 ore!

25 luglio: solitaria via dei Cecoslovacchi in Punta Ferrario, Val Torrone (Val di Mello), 550 metri, VI, A2. Recuperati due Camalot, un moschettone a ghiera e due rinvii.

26 luglio: solitaria via Taldo-Nusdeo sul Picco Luigi Amedeo in Val Torrone (Val di Mello), 480 metri, VI+, A2. Nella cordata dietro di me c’era uno degli apritori, che festeggiava il cinquantesimo della prima salita.

17-19 agosto: seconda ripetizione e prima solitaria di Nuvole Barocche sulla Nord-Ovest del Civetta, 1.200 metri, 7a, A2 con cliff. Via top. Mega solitaria. Dopo ben due tentativi falliti era ora che al terzo colpo mi riuscisse! Erano anni che la sognavo, e finalmente sono riuscito a farla. Partito il 17 alle 12, ne sono uscito il 19 alle 16.30. E vai! Vicenda negativa: ho fatto il mio primo volo in autosicura. Si è rotto un cubetto in cui avevo messo un cordino di kevlar con una staffa, e sono caduto da quattro metri in piedi su una cengia. Per fortuna ho preso solo un’insaccata al calcagno destro (che culo!).

7 novembre: solitaria via del Missile al Casale (Valle del Sarca), 400 metri, VI, A1, in 4 ore.

19 dicembre: solitaria via Arcai all’Anglone (Valle del Sarca), 350 metri, VI+, A0. Con un freddo cane.

20 dicembre: solitaria via Essusiai all’Anglone (Valle del Sarca), 350 metri, VI, A1. Con temperature di -5 gradi al sole.

27 dicembre: solitaria invernale via Carlesso al Baffelan (Piccole Dolomiti), 300 metri, V+, A0. Con neve e ghiaccio (bello).

2010

10 luglio: solitaria via KCF alla Rocchetta Alta (Bosconero), 600 metri, VI, A1. Bella via.

26 luglio: solitaria via Lady D su Punta Rasica (alta Val di Mello), 650 metri, 6b, A1, con freddo e vento patagonico. Bello il bivacco sotto il masso-albergo sopra il rifugio Allievi.

31 luglio: solitaria slegato via Carlesso al Baffelan (Piccole Dolomiti), 300 metri, V+ (bella, Nico!).

22 agosto: solitaria via Biasin al Sass Maor (Pale di San Martino), 650 metri, VI+, A1.

2011

30-31 gennaio, 1 febbraio: solitaria invernale via Cassin alla Torre Trieste (Civetta), 700 metri, VI, A2. Belli i tre bivacchi! Soprattutto l’alba in vetta!! Discesa lungo la via, perché la normale era piena di neve.

12 agosto: solitaria slegato via Carlesso al Baffelan (Piccole Dolomiti), 300 metri, V+.

19 agosto: solitaria via Aste a Punta Civetta (Civetta), 700 metri, VI+, A1.

19 agosto: solitaria via Biasin al Sass Maor (Pale di San Martino), 650 metri, VI+, A1. Tredici ore.

2012

14-18 gennaio: prima solitaria invernale al diedro Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz (Pale di San Lucano), 1.350 metri, VI+, A1. Cinque giorni di sballo estremo! Un’esperienza per uomini!!! Sensazioni multiple: terrore, onnipotenza, piccolezza, forza, rassegnazione. Un mito.

Il diario di Nico finisce qui, ma l’elenco delle sue solitarie continua. Altre realizzazioni importanti si recuperano dal libro Civetta. Tra le pieghe della parete di Paola Favero:

2002: ripetizione solitaria della via Vertigine a Cima Brento (Valle del Sarca), 1.000 metri, VI, A2.

2003: prima ripetizione della via Attilio Piacco sul Pizzo Cengalo, 1.200 metri, VI, A3.

2003: prima solitaria invernale via Carlesso alla Valgrande (Civetta), 500 metri, VI, A2. La via viene ripetuta anche l’inverno successivo, in condizioni proibitive, perché non gli era stato creduto sulla salita dell’anno prima.

2004: prima solitaria via Mauro-Minuzzo sulla Torre Venezia (Civetta), 500 metri, VI, A3. In giornata.

2004: quarta ripetizione e prima solitaria della via dei Cinque di Valmadrera, Nord-Ovest del Civetta, 1.400 metri, VII, A3.

2005: prima ripetizione della via Mello’s Wilderness alla Cima di Cavalcorto (Val del Ferro, Val di Mello), 550 metri, VII, A3.

2005: prima solitaria via Pilastro Bee all’Agner (Pale di San Lucano), 1.300 metri, VII, A1.

2005: prima ripetizione della via dei Cecoslovacchi sulla Cima Castello (Val di Zocca, Val di Mello), 500 metri, VII, A3.

2006: prima solitaria invernale della via Mauro-Minuzzo sulla Torre Venezia (Civetta).

2006: terza ripetizione della via del Cuore di Massarotto, in Agner (Pale di San Lucano), 1.200 metri, VI, A1.

2006: solitaria della via Stenico-Navasa al Campanile Basso (Brenta), 450 metri, VI+, A2.

2006: prima solitaria invernale via Masada al Sass Maor (Pale di San Martino), 1.250 metri, VIII, A1.

Solitaria via Universo Giallo al Monte Brento (Valle del Sarca), 1.100 metri, VII, A2.

Solitaria via Carlesso alla Torre Trieste (Civetta), 700 metri, VII, A1.

Fin qui l’elenco — secco, arido — di solitarie, ripetizioni, invernali. Adesso proviamo a capire l’uomo che sta dietro all’alpinista.

Nico non ha modelli di riferimento, ma rimane folgorato da quello che Marco Anghileri ha compiuto in solitaria sul Civetta. Anghileri diventa la sua fonte d’ispirazione. La sua idea è semplice: fissare un obiettivo, provarlo e riprovarlo finché non gli riesce. Ci arriva per gradi, in una crescita consapevole, dove fisico e mente si muovono in simbiosi. In quegli anni si convince che da solo è meglio che in cordata.

Nella sua preparazione nulla è lasciato al caso. Dal lunedì al giovedì si allena tre volte al giorno: al mattino trave, in pausa pranzo al pannello, la sera in bicicletta o di corsa. Di giorno lavora in officina come meccanico. Il venerdì sera parte, e ogni sabato e ogni domenica è in montagna da solo, estate e inverno. Non c’è spazio per il divertimento, le distrazioni, gli affetti. “Per quindici anni ho alternato lavoro e montagna con dedizione totale”, mi dice.

Ogni obiettivo è pianificato a tavolino, con tutte le relazioni disponibili. Se l’obiettivo è invernale, deve “sbinoccolare” la parete da qualche itinerario limitrofo, per capire a che ore le cenge cariche di neve scaricano. L’alimentazione è ipercontrollata: il cibo che porta in parete, d’estate come d’inverno, è oggetto di sperimentazioni continue. “Per le invernali schiaffavo il cibo prescelto in freezer, e il giorno dopo verificavo se era ancora mangiabile”.

Anche sulla preparazione del materiale Nico è maniacale. Lotta costantemente con il peso, e cerca uno zaino che non superi i 35 chili: nel mese che precede la salita può rifarlo anche venti volte. Solitaria dopo solitaria affina la tecnica di autoassicurazione e l’attrezzatura da portare in parete. Gli errori — come uno zaino da 45 chili durante l’invernale alla Carlesso della Torre di Valgrande — vengono corretti alla scalata successiva. Compra e prova zaini e materiali diversi per trovare il peso giusto: laccioli e stringhe vengono eliminati per raggiungere l’equilibrio cercato.

È uno studio sofisticato, da Formula 1. Solo che lì c’è un’equipe di tecnici, qui c’è solo lui.

In questa ricerca dell’attrezzatura ideale Nico accetta anche compromessi sulla sicurezza, se gli permettono di ridurre peso: usare solo una mezza corda, per esempio, è poco sicuro, ma lui la abbina a un cordino dyneema da 5 millimetri. Ovviamente, ha accumulato segreti di organizzazione, alimentari e di autoassicurazione che non intende rivelare.

Anche la sua tecnica di scalata è curata: 7a+/7b a vista e 8b in falesia. “Ma in montagna è tutta un’altra cosa — mi dice — un 8a in falesia equivale al V grado in Civetta, come livello di stress”. Anche le tante cascate di ghiaccio salite in inverno, per le invernali, non servono granché.

Nico ama molto la scalata artificiale, che gli permette di dilatare i tempi di permanenza in parete: una cosa che gli dà piacere. E la sua artificiale è spesso estrema, su cliff o addirittura con pendoli su cliff.

Sa di mettersi dentro pareti spesso inavvicinabili dal soccorso. Avverte i genitori di non venirlo a cercare, se non torna: per lui significa puntare all’autosufficienza, sapersi arrangiare in ogni circostanza, con qualsiasi tempo. Ha il cellulare, certo, ma a volte prende e a volte no: non è un collegamento affidabile. Nelle sue solitarie spesso l’amico Massimiliano lo accompagna e lo aspetta al campo base.

Indugio con Nico sulla resistenza e sulla resilienza psicologica delle sue scalate.

“Il primo giorno si va bene, al top, spinto dall’adrenalina accumulata nei mesi di preparazione. Il secondo giorno ti senti addosso tutta la stanchezza. Ma è dal terzo giorno che alla stanchezza si aggiunge l’incognita di esserti tagliato ogni possibilità di ritorno in doppia: l’uscita ormai è solo verso l’alto. Alla stanchezza si sommano i tagli sulle mani, il corpo indolenzito, la fame, la sete; tutto rallenta — i movimenti, i pensieri. Devi controllare in continuazione le manovre di corda, perché sia tutto a regola d’arte. Avanzi in uno spazio rarefatto in cui senti che il fisico ti sta lasciando, e tutto va avanti solo grazie alla mente. Se ti prende la sete, ti sorprendi a ciucciare i cordini inzuppati d’acqua che trovi in parete. I momenti peggiori arrivano quando passi dall’artificiale su cliff all’arrampicata necessariamente libera: lì, per la paura, ti senti percorrere il corpo da una scarica di adrenalina”.

Quando Nico mi racconta queste cose, sento che arde, che vibra, che soffre ancora mentre le ricorda. Mi spiace non aver registrato la serata: sarebbe stata un documento unico per la nostra piccola storia minore.

La sua montagna preferita non è il Civetta, dove pure ha ripetuto quasi tutte le vie più impegnative — la Nord-Ovest, con quella parete scura, incute sempre un certo timore, soprattutto se ci si muove da soli. La sua montagna è la solare Sud-Est del Sass Maor, dove ha ripetuto tutte le vie, spesso più volte, spesso combinandole tra loro per trovare la migliore roccia. La Biasin l’ha rifatta quattro o cinque volte, “è una bella vietta”. La Onix l’ha combinata con la Solleder, per metterne insieme i tiri più belli. E a sinistra della Biasin ha aperto una via nuova, senza nome, senza relazione, e mai pubblicizzata: difficoltà attorno al VI+.

Non gli si possono chiedere le ragioni per cui non l’ha pubblicizzata. L’ha aperta per sé, non per gli altri. Ed è così, in fondo, tutta la sua carriera alpinistica.

Perché, mi chiedo.

Non bisogna pensare che Nico sia un orso, un tipo di poche parole, uno in guerra con il mondo. È simpatico, non chiuso, tranquillo, flemmatico. Lo puoi incrociare in sala boulder al King Rock senza immaginare che dietro a quella faccia si nasconda una macchina da guerra autentica, mai vista. Ma è anche un uomo trincerato sulle proprie posizioni, sui propri credo, sui propri dogmi, a cui non intende rinunciare. Questo è Nico.

La sua ultima impresa, la prima solitaria invernale del diedro Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz, è davvero clamorosa, e non è mai stata data ai media né pubblicizzata: cinque giorni di arrampicata con temperature di trenta sotto zero, dove anche piazzare un friend era un problema, perché le fessure erano tutte ghiacciate. A un certo punto i carabinieri, vedendo la sua macchina parcheggiata da giorni, si preoccupano e rintracciano il proprietario. Al quarto giorno telefonano a casa per avere notizie, e da casa rispondono: “Ha appena chiamato, è arrivato in cima oggi”. Fine della solitaria invernale del Casarotto-Radin.

Mi racconta che al ritorno ha fatto l’autostop per tornare alla macchina, ed è ancora grato alla ragazza che gli ha dato un passaggio, allungandosi di un’ora delle proprie ferie per accompagnarlo. Poco dopo quella salita, però, mentre va al lavoro in bicicletta, scivola su un dosso di rallentamento ghiacciato e si rompe la clavicola: i pericoli delle Pale di San Lucano sono stati gestiti, quelli della strada dietro casa no.

Mario Brighente mi dice che “in vent’anni avrà fatto tremila vie”.

Spesso nelle sue salite — che avvenivano in tempi dilatati, “perché per me era importante passare tanto tempo in parete” — Nico scattava molte fotografie e girava anche dei video. Hanno un valore storico incredibile.

Poi, improvvisamente, lascia l’alpinismo estremo. Dopo un periodo di ripensamento, sceglie l’attività di speleo-sub, anch’essa estrema. Come mai?

Non è facile capire cosa sia successo. Negli anni Nico è stato spesso criticato. Un po’ per invidia, perché da non professionista andava a toccare obiettivi che erano nella mente di altri alpinisti professionisti o sponsorizzati. Un po’ perché alcune sue realizzazioni, come la salita di Nuvole Barocche con i cliff, erano state criticate per uno stile non di completa arrampicata libera. Un po’ per le insinuazioni che giravano su blog e forum di montagna, dove qualcuno diceva che Nico usasse “un furbo”, o addirittura “una canna da pesca”, per superare i passaggi più scabrosi.

All’epoca Nico non aveva neppure un computer, e non ha mai pensato di difendersi da queste accuse gratuite. Ma “dai e dai”, questo stillicidio di critiche velate e mai dirette ha finito, dopo qualche anno, per stufarlo. E così come è velocemente apparso sulla scena alpinistica, altrettanto velocemente se ne è volontariamente eclissato.

È un personaggio fuori dagli schemi, con idee e obiettivi precisi, che non si è lasciato fagocitare dal circo mediatico dell’alpinismo. È proprio questa sua genuinità che convince, perché è autentica.

Si differenzia dagli altri arrampicatori estremi anche per il rapporto con l’artificiale. L’artificiale in solitaria lo fa entrare in una dimensione temporale amplificata, in cui lo scorrere del tempo rallenta e gli consente di vivere a pieno la parete.

Innumerevoli sono le sue avventure di pura sopravvivenza, in cui ha dovuto dare fondo all’ingegno per scendere a valle. Una volta, tornando dalle Alpi Centrali dopo una delle tante vie dei Cecoslovacchi, si trova su un pendio ghiacciato da scendere in doppia: l’unica via di fuga è creare un fungo, un corpo morto, “irrobustito” con la sua stessa pipì, aspettare quattro o cinque ore che facesse presa, e poi calarsi dolcemente. Nella ripetizione invernale solitaria della Cassin alla Torre Trieste si trova davanti a uno strato di verglas inattaccabile: si toglie il casco, lo incastra in una larga fenditura e lo usa come appiglio, dopo averlo rinviato. E poi c’è l’avventura — tutta da ridere — di quando ha calato la sua piccola Panda in corda doppia lungo una strada ghiacciata, perché era senza catene.

L’esperienza più impegnativa, quale è stata? “Sicuramente la ripetizione dei Cinque di Valmadrera, dove ho fatto anche un volo di 45 metri senza conseguenze. Ma anche il primo tentativo al Pilastro Martini in Civetta, dove sono incappato in un temporale imprevisto, e ho impiegato un giorno intero per tornare in corda doppia lungo una via che si sviluppa in traverso” — ndr Nico usava una mezza corda e una dyneema da 5 millimetri, per essere più leggero. Provare a calarsi su quella cordina, per credere.

Abituato a confrontarsi con pareti repulsive da mille metri, considera la “nostra” Valdadige poco più di un “falesiotto”, e per allenarsi saltava direttamente in Val del Sarca, evitando la Valdadige a piè pari. In Sarca cercava le pareti più selvagge del Casale e del Brento, dove trovare arrampicata impegnativa, marcia e senza chiodi.

Sconvolto dalle rivelazioni della serata, sorretto da Mario Brighente, mi accingo a lasciare casa sua. Sull’uscio, mi confida un sogno che non è ancora riuscito a realizzare: “Il massimo sarebbe arrivare a sciare sul nevaio del Cristallo, in Civetta”. (Ndr: il Cristallo è un nevaio triangolare incastonato a metà della Nord-Ovest del Civetta).


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