Gli alpinisti dell’est — Val d’Illasi, Val d’Alpone, perfino Legnago — ci sono ancora sconosciuti. Se i veronesi e i caprinesi sono i clan più noti, a est di Verona c’è un gruppo che si muove senza troppo clamore. «Siamo una repubblica indipendente», mi dicono.
Incontro Mario Brighente e la sua combriccola di amici — Simone Gianesini, Christian Confente e Manuel Leorato — a casa di Mario, a Monteforte d’Alpone. È un gruppo eterogeneo per età (Mario è del 1953, i ragazzi avranno al massimo trent’anni) e molto omogeneo per vitalità ed entusiasmo.
Mario inizia ad arrampicare in montagna verso i diciotto anni, con le classiche attività del tempo: il vajo dei Colori sul gruppo del Carega, per esempio. Poi, con il matrimonio, rallenta, e riprende man mano che la figlia cresce. Una volta arrivato alla pensione approda quasi a un semi-professionismo, anche se tutto sembra fuorché un pensionato.
Passa intere stagioni sulle amate Dolomiti, Piccole e non, a ripetere gli itinerari classici in vere e proprie campagne, arrampicando spesso con Franco Castagna. La Carlesso al Baffelan, per esempio, la ripete una decina di volte, sempre con un compagno diverso. Con Castagna scorrazza anche sulle Alpi Centrali e Occidentali, privilegiando sempre le vie in roccia e tornando sempre alle Dolomiti. «Assieme con Castagna avrò fatto un centinaio di ripetizioni…», mi butta lì Mario riempiendomi il bicchiere di vino che mai manca nelle case della Val d’Alpone.
Mi spiegano che in tutta la Val d’Alpone c’è una fioritura di ragazzi che scalano, riuniti attorno a uno ski team. Il loro punto di riferimento indoor non è il King Rock ma Arzignano, e la falesia di casa è San Lorenzo, a Soave.
Nel 2016 si dedicano ad aprire itinerari in Val d’Adige, a Tessari, sulla Roda di Canale, appena a sinistra della falesia di Tessari storica — invadendo un territorio che è da sempre «terreno di caccia» del LAAC e degli scalatori veronesi. «Dighelo a quei de la LAAC che le roce le è sempre stae lì, par tuti». L’intento, però, è apprezzabile: creare vie tranquille per fare arrampicare i ragazzi sulla roccia lavorata e di qualità stratosferica che la Val d’Adige offre.
Un giorno del 2016, Mario e gli amici portano i ragazzi e le ragazze della Val d’Alpone ad arrampicare a Tessari, formando tredici cordate da tre persone: un successo bellissimo, con tifo da stadio, festeggiato al parcheggio con tavoli, bibite e panini.
«La cosa più importante, e che dà più soddisfazione, è far avvicinare le persone all’arrampicata», mi confessa Mario. «Io ho ricevuto tanto dalla montagna e cerco di ricambiare come posso».
Mi snocciola una statistica: l’80% degli scalatori si muove sotto il grado 6a. Sono proprio le difficoltà che in Val d’Adige mancano — con l’eccezione del Trapezio e ora della Roda di Canale —, e questo spiega l’incredibile successo di queste due falesie di media difficoltà.
Mario è un formidabile apritore. Conduce campagne di apertura sulle Piccole Dolomiti, qui molto amate; sulle Pale di San Martino, le loro Dolomiti più vicine; in Valle del Sarca, dove passa un lungo periodo della sua vita; e ora in Val d’Adige.
Aprire, per Mario, è un piacere: «apro una via per soddisfazione», «è implicito nell’alpinista sognare cosa trovare venti metri sopra!». La sua filosofia è pragmatica: «apro una via facile in modo da poterla ripetere anche quando avrò ottant’anni» — anche se il 6a, poi, non è così banale.
Mi confessa che «aprire» è un gioco prima di tutto personale: fatica, rischi e gioia sono una componente quasi egoistica. Ma appena consegni la relazione, la via non ti appartiene più: diventa pubblica. Se hai chiodato bene, ti sarà grato anche chi viene dopo.
Fino agli anni Novanta l’arrampicata locale si sviluppa facendo riferimento alle sezioni CAI di Tregnago e San Bonifacio. Poi Mario, assieme a Franco Castagna, Paola Bottegal, Giuseppe Adami e Giorgio Roncolato, attrezza la falesia di Soave, che per dieci-quindici anni sarà un punto di riferimento importante. La vita di questi gruppi liquidi e spontanei cambia nel tempo, ma di certo si distacca dalle sezioni del CAI.
Sulla centralità di Soave, Mario mi racconta che un giorno passa in bici un ragazzo, guarda e chiede di poter arrampicare. È qui, dentro la falesia di Soave, che nasce lo scalatore Nico Rizzotto: si fa le ossa qui, e da qui parte per le grandi pareti.
Mario, di Soave, è stato il motore primo — meglio: «il paron» — e oggi è ancora la persona di riferimento dell’area circostante, per l’arrampicata e per l’alpinismo. Lamenta la carenza di materia prima dietro casa, anche se stanno nascendo nuove falesie (Gauli, Campofontana, Vestenanova) dove c’è roccia arrampicabile. Da qui la necessità di emigrare per trovare materia prima possibilmente vergine.
Parlando con Mario e con i ragazzi mi rendo conto che sono un mondo a parte nell’arrampicata veronese: legano più con l’area di Vicenza e Padova che con i veronesi. L’unico vero contatto con il mondo veronese, forse, è rappresentato da Beppo Zanini e Andrea Bosaro.
La mancanza di roccia porta anche a valorizzare pareti ricche di vegetazione, da bonificare con cura, o zone estremamente friabili come le Piccole Dolomiti, fino al Passo Pertica.
A questo proposito, Mario mi racconta di quando portò Nico Rizzotto per la prima volta sul Cherle, nel gruppo del Carega, ad aprire una via. «Ghera ‘na rocia così smarsa che non te podei piantar ciodi». Mario sale, si martella un dito, perde sangue sul casco e sulle spalle di Nico, e non può fasciarsi visto il piazzamento precario. Salgono e aprono una via tutta a chiodi, lottando contro la roccia friabile come sa esserlo quella delle Piccole Dolomiti. Devono scendere in doppia, sempre su chiodi di dubbia tenuta. Quando escono dalle grandi difficoltà Mario osserva Nico, seduto su un masso a guardare in su sconsolato. «Ecco che me son brusà el toso», pensa. E invece quella sarà la scintilla dell’incredibile carriera alpinistica solitaria di Nico Rizzotto.
Lo spirito di Mario, e di conseguenza del suo gruppo, è tutto sulle vie a più tiri: la falesia è un po’ snobbata. Sentono fortissimo il fascino dell’avventura, che si esprime nella smania di aprire vie nuove.
Con gli anni, dalle montagne Mario si è progressivamente spostato alle valli, e anche l’atteggiamento è cambiato: dalla «lotta con l’alpe» alle vie plaisir.
Per l’apertura, la regola che Brighente segue è semplice: si apre dal basso, per leggere bene la parete, individuare la linea, sognare, creare, curiosare. Ammette che ad aprire dall’alto si sentirebbe in seria difficoltà. È poi importante la pulitura, la messa a punto: tra l’apertura e la ripetizione su via pulita c’è sempre una differenza abissale.
Ripulire un itinerario, per la gioia dei ripetitori, richiede fatica, olio di gomito e dedizione: insomma, ad aprire sono bravi tutti, ma a far diventare una via nuova una classica ricercata… beh, quello è un lavoro diverso.
Ma oggi a Mario rimane tempo per ripetere vie, o è solo invasato per le aperture? Ride, e conferma che ogni tanto «si prende ferie» anche lui, per andare a ripetere qualche itinerario che gli interessa. Anzi, andare a ripetere una via da nonno con la nipote adolescente è un’esperienza indescrivibile.
Mario è semplice e spontaneo: per lui arrampicare è espressione di gioia. Di sé racconta poco.
Cerco di carpirgli quante vie abbia aperto, ma è un’impresa difficilissima. Gli metto in bocca: «quante sulle Piccole?». «Tantissime, sai, sono le montagne di casa e le montagne di sempre». «Quante in Corsica?» — «Un poche anca lì». «E sulle Pale?» — «Beh, il vallone delle Lede è il vallone dei veronesi, tante vie nostre ci sono…», dove le «vie nostre» sono di Brighente, Campagnola, Cuoghi, Mangano, Coltri e Vidali, con i rispettivi compagni e amici. «E in Valle del Sarca?» — «Lì ho passato quindici anni della mia vita, la macchina andava da sola, ho dilapidato un capitale… ma non sta a dirlo a mia moglie!». Insomma, risposte interlocutorie: sembra però che abbia aperto qualcosa come centocinquanta vie.
L’esperienza di apertura più significativa è quella in Valle del Sarca, dove la concorrenza è tanta e ci si misura sulla qualità degli itinerari e sui giudizi dei ripetitori. In Sarca erano rimaste perlopiù pareti erbose, da ripulire in maniera certosina: aprire una via lì significa sette o otto uscite. La sua tecnica, efficace, prevede di salire per due lunghezze di corda e poi scendere a pulire.
Mario ha anche aperto vie molto lunghe, come «Viaggio nel tempo» sul Brento, il gigante della Valle del Sarca: diciotto lunghezze, 545 metri.
L’unico rimpianto è non aver accompagnato Silvio Campagnola ad aprire il capolavoro di Perla Nera, sulle Pale di San Martino, itinerario poi aperto da Silvio con Sergio Coltri e Beppe Vidali. Silvio lo aveva contattato, ma Mario era già in parola con un altro compagno per un’altra salita. Per il resto, nessun altro rimpianto: «neanche uno!».
Le vie del territorio veronese che gli danno maggior soddisfazione sono «Via del desiderio sofferto» e «31 agosto», in Val d’Adige.
La via più difficile che ha aperto è una sua linea sul Cherle, gruppo del Carega, con Giorgio Roncolato: «Via dei fuori di testa». Dove non si poteva piantare un chiodo. «Sei prigioniero della parete, e dopo la prima lunghezza sei condannato a salire irrimediabilmente».
In una lunga carriera Mario ha arrampicato con tanti compagni: «io arrampico con tutti quelli che respirano», mi butta lì tra il serio e il faceto. Significativa è stata l’esperienza con il trentino Antonio Zanetti, con cui ha pure scritto il libro «Valle del Sarca mon amour», sui loro itinerari in Sarca.
Il punto di forza di Mario è l’entusiasmo, che gli toglie dieci anni di vita. In tutta la sua carriera non ha mai accusato problemi fisici, e oggi mostra una vitalità contagiosa: forse è anche per questo che si circonda di ragazzi, oltre che dei coetanei rimasti in attività.
I punti di debolezza non me li confessa — o meglio, mi dice che non ne ha. Per sicurezza verifico direttamente con la moglie.
Sua moglie, tranquilla e serafica, per un certo periodo ha seguito Mario nelle ferrate, e poi si è dedicata a seguire i genitori. Rispetto a Mario e alla sua passione bruciante gli ha sempre lasciato massima libertà. «Mario dov’è? È ad arrampicare». E ancora: «è difficile che un terremoto prenda Mario in casa, perché in casa non c’è mai».
La famiglia è un valore importante per Mario, ed è per questo che ha sempre evitato lo sci-alpinismo: conoscendosi, si sarebbe preso troppi rischi. «Ma tutto il resto l’ho fatto», mi dice con orgoglio. C’è stato anche un periodo in cui scalava cascate di ghiaccio — un centinaio —, e questo gli ha dato modo di vedere la diversità di mondi alpini fino ad allora sconosciuti.
Pur avendo la casa piena di libri di montagna, Mario non ha precisi punti di riferimento: fa, e ha sempre fatto, di testa sua. O meglio, da tutti ha preso un poco e da tutti ha imparato. Apprezza la cultura del confronto: «nel confronto con gli altri cresci sempre».
Nella discussione della serata cerca spesso il conforto e l’approvazione degli amici, che peraltro stanno cominciando ad aprire vie, in Val d’Adige e in Dolomite, in autonomia. Mario commenta: «i butei si sono messi in proprio».
Simone Gianesini ha collaborato all’apertura di quattordici vie in Valle del Sarca — una gavetta spesso da secondo, e sicuramente da disgaggiatore —, cinque sulle Piccole Dolomiti e sette sulle Pale di San Martino. Per lui è stata una grande crescita personale.
Dopo l’ennesima via aperta sulla Pala Cristoforo, in Val Canali, con Mario Brighente e Antonio Zanetti, a comando alternato come sempre, sul sito del rifugio Treviso compare la formula «ecco un’altra via di Antonio Zanetti…». Lì Simone matura la convinzione di iniziare ad aprire per conto proprio, senza la presenza «ingombrante» di Mario e Toni.
Nella palestra indoor di Arzignano incontra Manuel Leorato, e cominciano a esplorare insieme l’ambiente dolomitico tra Moiazza, San Sebastiano e Nuvolau. Contagiano anche Christian Confente, che dopo tre anni passati a ripetere ora comincia ad aprire nuovi itinerari con Manuel e Simone. Ma anche per loro, messi in proprio, Mario resta il punto di riferimento.
Congedandomi, scopro che Mario ha anche corso la maratona di New York con l’onorevole tempo di 3 ore e 40 minuti. Me la snocciola lì come fosse una banalità: l’instancabile Super-Mario.
