(Gio)-Vanni Strapparava

Incontro Giovanni Strapparava dopo la sua consueta sessione di boulder al King Rock, con il buonumore di sempre e la battuta sempre pronta. Vanni è da sempre nella scena dell’arrampicata sportiva di Verona — anzi, si può dire che l’arrampicata sportiva veronese è nata e si è evoluta insieme a lui.

Vanni è del 1963. Nel 1979, a sedici anni, la passione per la montagna gli viene trasmessa da Gigi Brentegani, dal figlio Ugo e dal «Charlie» (al secolo Carlo Alberto Mirandola). Comincia così a frequentare la sede del CAI di Verona, allora ancora centro di aggregazione di scalatori, dove conosce un primo gruppo di ragazzi appassionati: Moreno Rossini, Stefano De Grandi, Marco Marras, Michele Macrì. Più avanti frequenta anche Beppo Zanini e Bruno Bettio.

Sono gli anni del boom e della valorizzazione di Stallavena, ancora «spittata» a mano; sono gli anni dell’era di Ceraino e della nascita di Ceredo, dove la voglia di strapiombi viene finalmente soddisfatta.

A differenza di altri ragazzi dell’epoca, Vanni non alterna le vie in Dolomite alla falesia: resta in falesia, e basta. È quello il suo ambiente, e lo frequenta senza interruzioni né cali di passione, nonostante il lavoro, la famiglia, le figlie e gli inevitabili acciacchi.

La sua passione è così totalizzante che per dodici anni è anche membro del Soccorso Alpino e del Soccorso Piste Sci.

Come molti, frequenta le falesie della Valle del Sarca, da Massone a Nuovi Orizzonti. Pur non essendo lo scalatore di punta di Verona, dà un contributo personale alla nascita dell’arrampicata sportiva cittadina.

Da quel gruppo iniziale di amici nascono le basi degli istruttori di arrampicata sportiva del CAI. Il gruppo si evolve con l’arrivo di Andrea Stocchiero detto Ovetto, Giampaolo Pesce, Emanuele Sartori, Nicola Sartori, Michele Campedelli, Stefano Zanini, Vellis Baù e Sergio Poletti.

Il punto di ritrovo abituale diventa il cosiddetto «Fortino» — la costruzione militare austriaca di Forte Sofia, sulle colline —, sulle cui pareti ci si allena in lunghi e impegnativi traversi a un metro da terra.

Nel 1991 il gruppo fonda l’associazione Ceredo Climbing Team, con un logo disegnato da Emanuele Sartori, e stabilisce la propria base a San Briccio: dentro le scuole abbandonate del paese viene installato un pannello assai impegnativo per gli allenamenti a secco. È questa l’esperienza di «plastica» che precede il King Rock.

Il gruppo evolve poi in quello degli istruttori del King Rock, con l’arrivo di Francesco Fontebasso (il Chicco), Luca Gelmetti, Roberto Franzoni, Mario Esposito e altri.

Dal 1989, senza interruzioni, Vanni cerca di mantenere un allenamento sistematico: boulder, circuiti boulder, palestra fitness a integrare. È un suo punto di forza: si allenerebbe sempre, ha una molla interiore sempre carica e una voglia inesauribile, che deve però mediare con i dolori fisici e gli acciacchi.

La tenacia lo porta ad arrampicare su vie di grado 8, considerato mitico per una certa generazione di scalatori.

Forse l’unico rammarico è non aver potuto allenarsi con un approccio più scientifico: all’epoca, l’allenamento per l’arrampicata stava nascendo insieme all’arrampicata sportiva.

Curiosamente, Vanni mi fa riscoprire alcuni nomi delle vie delle nostre falesie. «Ciapa el selvadego», a Stallavena, nasce da un inseguimento in auto, nella nebbia autunnale, di un’auto — il selvadego — che aveva superato Vanni, Beppo Zanini e le rispettive morose mentre andavano a cena da Bruno Bettio.

Significativo del tempo è anche il nome di «Pane o spit», a Ceraino: rappresenta il dubbio amletico di Beppo Zanini a fine mese, quando doveva decidere se spendere gli ultimi soldi per il cibo o per gli spit necessari a terminare la via. Se ripetete la via, capirete quale fu la scelta.

Nel 1991 si sposa, e come prima cosa installa in salotto quello che è probabilmente il primo pannello di arrampicata di Verona — sicuramente il primo in un salotto. Su quel pannello si sono spellate le dita molti scalatori dell’epoca.

Trovano posto, sul pannello, anche alcune prese vinte da Nicola Sartori in una gara in Ungheria, tra cui la mitica «Zampa di Gallina», presa che diventa l’incubo di Nicola, che non riesce a stringerla.

Vanni è un commercialista affermato, con tanto di studio, ma non si lascia trasportare dalla smania del guadagno smodato. Sono anzi note le sue fughe dall’ufficio, che si possono sintetizzare in questa serrata scaletta, spesso con l’amico Charlie: ore 12 ufficio, 12.45 Prada, 13 partenza con gli sci da alpinismo, 14.30 rifugio Fiori del Baldo o Chierego, 15 ritorno all’auto, 15.45 di nuovo in ufficio, con lavata veloce e deodorante.

Nel 2008, con Nicola Tondini, avvia la cordata del King Rock: può così coronare la sua immensa voglia di avere uno spazio adeguato per gli allenamenti di boulder.

Al King Rock comincia a seguire alcuni ragazzi che, con la sapiente guida di Roberto Franzoni, negli anni crescono e diventano d’acciaio — come Alessandro Castellani e Rita Oltremari. Vanni vede che si divertono, che progrediscono, e li sprona con il suo solito entusiasmo.

Mi dice, con il sorriso sulle labbra: «i giovani sono spavaldi, sono belli, spensierati, non si prendono sul serio e vivono l’arrampicata molto serenamente».

Ma oggi ha ancora voglia di arrampicare? Vanni confessa di avere ancora tanti progetti da chiudere, e che il segreto è amministrare bene il proprio corpo, cercare di non farsi male: è così che si riesce a resistere, a quei livelli.


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