Andrea Simonini

Con Andrea entriamo in un’altra dimensione dell’arrampicata veronese: quella di chi le vie non si limita a salirle, ma le immagina, le chioda, le porta al mondo. Andrea Simonini è uno dei nomi che hanno riacceso la Val d’Adige come terreno di apertura, e che insieme, sulle Dolomiti, continua a cercare la dimensione dell’avventura — il bivacco improvvisato, il temporale che ti coglie in parete, la ricerca di pareti ancora vergini.

Eppure, a conoscerlo, non ha niente del personaggio cupo o cerimonioso che a volte ci si immagina dietro questo tipo di alpinismo. Tutt’altro.

Arriva tutto pimpante in compagnia di una bella cagnetta di nome Jumar — lo jumar è un attrezzo tecnico per la progressione su corda — quindi nomen omen, considerando il padrone!

Sorridente, si appresta a rispondere alle mie domande e dell’incombenza sembra perfino divertito. Con queste premesse si presenta subito per come è: un felice tranquillone dal colorito linguaggio.

È chiamato Andrein, forse in ricordo di un’infanzia mingherlina; oggi, però, ha la stazza di chi con la roccia e con la montagna “ci dà dentro”.

Ma lasciamo che sia lui a presentarsi: “Sono nato nell’85 e in montagna ci sono sempre andato, fin da piccolo con i miei genitori… il mare quasi non l’ho mai visto! Facevo ferrate, trekking, andavo a sciare. Poi, con la fine delle superiori, ho iniziato a scalottare un po’ con due o tre amici. Eravamo autodidatti… co’ un ciodo, co’ un martel, con un friend a caso… non avevamo né soldi né macchina. Era tutto un’avventura, e pian piano è partito questo embolo”.

Dopo il primo periodo di scoperta, la passione comincia a chiedere qualche paletto: “Ho conosciuto il Chicco (Francesco Frontebasso, ndr), il mio mentore per quanto riguarda la falesia. Mi ha fatto capire quanto sia importante per mettere su un po’ di pompetta prima di andare in montagna; mi ha insegnato il metodo, come starci dietro, come costruirci qualcosa. Poi è arrivato il Gelmo (Luca Gelmetti, ndr): doveva fare curriculum per diventare Guida Alpina e io lo seguivo tutto gasato. Con lui ho fatto le vie classiche in Dolomiti e sul Bianco”.

Nell’adolescenza alpinistica di Andrein passano altri personaggi, e uno gli sta particolarmente a cuore: “Per caso, in falesia, ho conosciuto lo Zamba (Andrea Zambaldi, ndr). Lui rideva sempre, con qualsiasi tempo, e lo dico nel vero senso della parola. Come quella volta che siamo andati a fare lo spigolo nord del Pizzo Badile: arriviamo in cima e parte una grandinata furiosa. Lui rideva pacifico, io me la facevo sotto perché ero alle prime armi. Ci siamo rifugiati nel bivacco e il giorno dopo, appena scesi, siamo ripartiti per fare la Cassin. Gli ho detto: ‘Ma te si mato! La sarà tuta bagnà…’. E infatti lo era. Però sono stati svezzamenti importanti”.

Intanto Andrein cresce e dall’adolescenza alpinistica passa alla maturità: “Nei primi anni di attività seria ho fatto un po’ di tutto: alta quota, canali ripidi con gli sci, cascate di ghiaccio”.

Eppure oggi la gente lo conosce soprattutto come forte rocciatore. Cosa è successo nel frattempo?

“Ero su una cascata col Chicco, gli stavo facendo sicura, quando si è staccato un pulmann di ghiaccio. Non mi ha preso in pieno, ma mi sono beccato una bruttissima botta. In ospedale ci sono rimasto un mese: tre costole rotte, due incrinate, un polmone perforato. Mi sono ripreso benissimo, però so di esserne uscito per il rotto della cuffia. Lì mi si è accesa una lampadina e ho cambiato un po’ strada. Ho capito che sono uno a cui piace andarsi a cercare il limite, il rischio, il marciotto, e allora meglio farlo su un terreno più ‘sicuro’: la roccia. Così ho accantonato il ghiaccio e mi sono buttato a capofitto nell’arrampicata”.

Veniamo all’aspetto che oggi nella sua vita è preponderante. Da quando si è concentrato sull’arrampicata, Andrea è balzato agli onori della cronaca nella comunità veronese per essere sempre tacà ia a chiodare nuove falesie e nuove vie, soprattutto in Val d’Adige. “Brentino selvaggio è la mia scuola”, afferma.

Tiene anche un blog personale dove mescola racconti di avventure e relazioni tecniche, con un forte seguito tra i climber.

Oltre alla falesia, però, ci sono le Dolomiti: “La falesia la uso d’inverno, faso le me robe, apro qualche tiro nuovo, mi diverto. Ma appena posso scappo in montagna!”.

Tra le Dolomiti, il Brenta occupa un posto speciale: il nonno è di Stenico, e così le Bocchette, la Val d’Ambiez e il Campanile Basso sono nel cuore di Andrea. “Un vero alpinista deve andare sul Basso almeno una volta, diceva Bruno Detassis”.

Quest’attività alpinistica di alto livello, Andrea la concilia con il lavoro da turnista alla Fedrigoni: “Di giorno scalo e poi vado al lavoro di notte, mi strapego fino a mattina. Insomma, riesco a giostrarmi”.

Nel viverla, ha un’etica ferrea, sorretta da una filosofia oggi piuttosto rara: “Sono molto affascinato dall’alpinismo degli anni ’80: stare via molto tempo, prendersi l’acqua, fare un bivacco a caso. Cose che ormai non fa più nessuno, a meno che non sia una spedizione. Sul nostro territorio questa concezione si è persa. A me piace l’alpinismo romantico, quello di ricerca e d’avventura, d’altri tempi. Piove? Mi asciugherò! Ripetendo una via di Orlandi sul Ghez, in Val d’Ambiez, mi sono accorto che lì ci sono pareti vergini di 400 metri: sembra di essere teletrasportati negli anni ’60, incredibile. Da lì è nata la via sul Pilastro Zambaldi. Preferisco posti come questi, perché odio riempire una parete di vie e doverle intersecare: ogni via ha una sua linea, una sua vita. Per fare quello che vorrei davvero, forse sarei dovuto nascere trent’anni fa. Però con un po’ di fantasia c’è ancora qualche bella linea che aspetta di essere scovata”.

L’estate di Andrea era semplice: si parte con il furgone, una via al giorno, e si torna a casa dopo un mese e mezzo. Tra il 2010 e il 2013, in quattro anni, ripete tutto ciò che la Dolomite offre: Alpen Liebe in Lavaredo, Specchio di Sara in Marmolada, Viva il Mexico in Civetta, Quo Vadis al Sass de la Crusc.

Gli piace anche arrampicare sul marcio: gli piace battagliare. Sulle Tre Cime ripete dieci vie, dalla prima ripetizione italiana di Ohne Rauch, stirbst du Auch sulla Grande (8a max), a una rara ripetizione della via degli Svizzeri sulla Ovest (IX-/7b), dove fatica parecchio: una frana si era portata via un intero tiro di corda, rimasto quasi completamente schiodato, e la difficoltà reale era salita a X/8a. Lui, però, non ne sapeva niente.

Dopo le ripetizioni arriva il momento delle aperture.

La prima via è in Tofane, al Col dei Boss: la “via Lisetta”, caratterizzata da una fessura allucinante in mezzo a strapiombi gialli. Non sa ancora bene che etica adottare tra chiodi e spit, ma il tempo gli indicherà la strada.

Poi scopre l’Ambiez in Brenta come zona di apertura. Al momento ne ha aperte quattro:

  • “Sguardo al Passato” sulla cima bassa d’Ambiez (300 metri, 7a max, RS2, Simonini-Bellamoli);
  • “Pilastro Zambaldi”, cima inedita su parete mai salita, dedicata all’amico Andrea Zambaldi, morto in Himalaya (370 metri, 7a max, R3, Simonini-Bellamoli);
  • “Bastava un piumino”, cima inedita su parete mai salita (180 metri, 6c max, R2+, Simonini-Bellamoli);
  • “Atommyco”, cima d’Agola (245 metri, 8a+/b max, 7a/b obbligatorio, S3), aperta in quattro anni, dal 2014 al 2017, con Lorenzo Moretto, Gianluca Bellamoli, Tommaso Marchesini e Nicola Zorzi.

Sempre in zona Ambiez ha ripetuto e liberato molte vie di Elio Orlandi, caratterizzate da soste a chiodi e da una certa dose di pericolo.

Oggi che ha un figlio ha molto meno tempo, e quindi riesce a sviluppare un solo progetto per volta: arrampica uno o due giorni alla settimana e si allena in casa con la passione di sempre.

Con l’arrivo di Tommaso alcune abitudini cambiano. Anche le vie in solitaria sono diventate un capitolo da archiviare.

Nella vita di ciascuno ci sono persone che danno una svolta. Per Andrea quella persona è la compagna Lisa: “Mi dà carta bianca, scala anche lei, viene ad aprire vie, sta in sosta ore e ore. È una grande fortuna! A me non interessa andare al centro commerciale o al cinema (ndr: lo avevamo intuito!). Appena ho tempo lo dedico tutto alla famiglia: loro mi danno tanta libertà, e stare insieme è qualcosa di unico”.

In Andrea emerge forte un sentimento: la gratitudine. “L’insieme che fa stare su tutto”, dice. Gratitudine verso la moglie, verso il figlio, verso gli amici che lo seguono, e anche verso gli sponsor — Wild Climb, Grivel, Salewa e ProAction — che dal 2013 gli danno fiducia, “anche se ormai, se non fai il nono grado, non sei nessuno”.

La costante della sua vita alpinistica è sempre stata aprire vie: “Ho sempre sta scimmia di aprire vie, stare via, farmi il culo quadrato per giornate intere”. Anche se fatica a trovare compagni che si divertano come lui a tribolare.

Riconosce un debito di gratitudine verso le poche figure di riferimento da cui ha attinto l’arte dell’apertura, in particolare Rolando Larcher e Nicola Tondini, con cui ha chiodato diverse vie: “Sono stati loro a darmi la forma mentis per aprire dal basso, con i cliff, l’arrampicata libera tirata lunga e gli spit o i chiodi distanti. In montagna, però, mi piacerebbe tenere l’asticella bassa, per aprire vie che vengano poi ripetute, come ‘Sguardo al passato’ in Val d’Ambiez, che è massimo ottavo grado, una difficoltà a cui oggi ci arrivano tutti”.

Nel 2013 si avventura in Turchia, in spedizione con i padovani Enrico Geremia, Nicolò Geremia e Carlo Cosi. Trovano montagne e pareti come le Dolomiti, ma vergini. Stanno in tendina, con i bidoni d’acqua che durano tre giorni: poi tocca scendere a piedi al paese, a cinque ore di cammino, per il rifornimento. In 28 giorni, su una parete di 600 metri, aprono due vie.

Con Andrea esploro anche il capitolo Laac, cioè visioni, tendenze e idee del gruppo trainante dell’arrampicata in Val d’Adige. Lui lo vede come un gruppo di amici e simpatizzanti: “Mi piacerebbe ci fosse più gente attiva e volenterosa, ma probabilmente sbaglio io a pretendere troppo da persone che hanno una visione dell’arrampicata diversa dalla mia. Sarebbe bello creare una specie di istituzione che monitori il territorio e sensibilizzi le nuove leve su come e dove chiodare. Forse sbaglio ancora: per tanti è solo un comodo gioco, per me è qualcosa di più”. Per questo non fa più parte della LAAC, ma continua imperterrito a operare sul territorio.

Grazie a lui e al suo gruppetto di amici fedelissimi — Tommaso Marchesini (Tom), Nicola Zorzi (Nic), Gianluca Bellamoli (Gian), Lorenzo Moretto (Follez), Ivo Bonazzi (Badin), Giacomo Duzzi (Duzz), Michele Lucchini (Lucco) e Alessandro Pimazzoni (Pima) — l’arrampicata in Val d’Adige è rinata negli ultimi cinque anni: Inverno, la Gigliottina e Jamaica nel Vajo dell’Orsa, lo Specchio a nord della falesia del Babo, Eldorado alla Chiusa di Ceraino, i Falconi a Ceredo, fino all’ultimissima dei Ciclopi a Preabocco, con capo cantiere Rolandone nazionale (Rolando Larcher).

Ad Eldorado, nel 2011, aprendo la via “Non è un paese per fichi”, trovano un vecchio progetto di Navasa — notizia confermata da Silvano Brescianini — testimoniato da cunei, chiodi e moschettoni.

Eldorado è forse la parete veronese su cui Andrea ha lasciato il segno più profondo, in termini di numero di vie aperte. “Eldorado è la mia tela, è la mia scuola”.

Il suo grande dilemma è un altro: “Ma perché gli scalatori veronesi di punta scalano solo a Ceredo? Abbiamo posti strepitosi, nel Veronese!”.

Un altro capitolo è la Sardegna, dove dal 2010 torna due volte l’anno, all’inizio con il Chicco, poi con Lisa. Lì firma la terza ripetizione di “Legittimo Bastardo” di Oviglia-Sarti (dopo Manolo e Larcher) e la prima assoluta di “Blu Oltremare” di Oviglia-Larcher.

Il tempo per il Verdon, Andrea lo trova solo nel 2015: sette vie in sette giorni, dalla prima — Fenrir, dove riceve subito una batosta — fino alla via dei fratelli Remy (artificiale, oggi 7a+ verdoniano), che ripete in libera con il maestro Sergio Coltri, figura di riferimento in cui si rispecchia e che stima tantissimo.

Oltre all’apertura di nuovi settori importanti, Andrea si è speso anche nella ri-chiodatura di itinerari storici: Expo 87 e il settore Strapiombi a Ceraino, Brivido Rosso e Baby Doc a Castel Presina. In lui convivono in modo romantico la passione per il nuovo e l’interesse per il passato degli anni Ottanta.


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