Claudia Cuoghi

(e la questione dell’alpinismo femminile)

Abbiamo già incontrato Claudia Cuoghi nel capitolo dedicato a Nicola Sartori: a un certo punto, le loro vite si sono intrecciate.

Claudia nasce nel 1968 da genitori fortemente appassionati di montagna, gestori di un tratto del sentiero E5 da Verona al Passo Borcola, sul Pasubio.

Si appassiona da adolescente all’alpinismo e all’arrampicata, dapprima con la sorella Elisabetta, di due anni più giovane. Avesa, come per tanti, è la falesia dove iniziare; poi ci si sposta a Stallavena. Altra tappa classica, le Piccole Dolomiti: mi mostra la fotografia del primo chiodo piantato, con la sorella, su una sosta della via Verona al Baffelan.

Per anni fa cordata con Alberico Mangano, con cui compie moltissime salite, in roccia e su ghiaccio. Con Alberico apre diverse vie in Val Canali, nelle vicinanze del bivacco Minazio, area colonizzata dai veronesi, ed esplora vallate alla ricerca di nuove cascate.

Poi conosce Matilde Facci, con cui forma una cordata femminile dal 1995 al 2002: tante salite in roccia, tante cascate, fino a una spedizione sulle Ande boliviane. Una cordata tanto affiatata quanto eterogenea. Anche con le partenze antelucane, alle 4 del mattino, per sfruttare al meglio la poca luce delle giornate invernali, Matilde è sempre perfettamente truccata, con le treccine in ordine. Claudia la ricorda come la sua migliore compagna di cordata. È rimasto leggendario anche il suo linguaggio forbito, frutto di una solida cultura classica: all’attacco delle cascate della Val Daone esordisce con un «io dipano la corda», lasciando le altre di stucco.

A Claudia piace andare in cordata femminile. Le rare volte che, in montagna, incontra altre alpiniste con il suo stesso entusiasmo, stringe amicizia: anche se vengono da altre città, finisce per fare cordata con loro per nuove salite, su roccia e ghiaccio.

Nel 1996 partecipa a una spedizione al Broad Peak, ottomila del Karakorum, con i veronesi Silvio Campagnola e Alberico Mangano. È durante questa esperienza che sente ancora più forte la differenza tra uomini e donne — non per i compagni di avventura, che la trattano alla pari, ma per la cultura del paese musulmano in cui si trova. Racconta un episodio: «Dopo aver montato la tenda lungo il trekking di avvicinamento nella Valle del Braldo, in Baltoro, mi sono allontanata risalendo un torrente per lavarmi. Avevo preparato l’asciugamano, il sapone e una maglietta di ricambio su una pietra accanto a me, e nel momento in cui stavo per togliermi la maglietta, da dietro dei massi sono sbucate le teste di cinque o sei portatori allupati… Quella sera ho rinunciato al bagno!».

Nel 1999 le assegnano il Premio Biasin. Per la sera della consegna prepara una proiezione di diapositive sulla sua attività, intitolata «Donne in cordata». Per alcuni anni porterà quella serata in varie città del Nord Italia. Nel 2000, sempre più forte e preparata, viene chiamata a fare parte della squadra italiana di arrampicata su ghiaccio, specialità sportiva allora nascente.

Claudia e Nicola Sartori stanno insieme dal 2002 e si sono sposati nel 2003. Eppure, quando lo incontra ad Avesa — lei con la corda, lui in free-solo —, le sembra uno sbruffone, e anche un po’ antipatico, troppo chiuso in sé stesso per il suo carattere esplosivo e immediato. Ma la chimica li lega, e grazie all’influsso di Claudia la carriera di Nicola conosce una seconda giovinezza, carica di successi.

Sappiamo che Claudia segue in parete, a colpi di jumar, come seconda di cordata, il suo Nicola.

Ma perché tutta questa fatica? Semplice: Claudia si gasa quando vede Nicola arrampicare; e quando lui realizza i sogni di lei — quando «chiude» una via — è anche lei a realizzarsi. «Vedere come arrampica lui», dice, «è sempre uno spettacolo bellissimo».

Claudia, con la sua sensibilità femminile, mi spiega i lati nascosti di Nicolino, che la mia frequentazione — pur trentennale, ma superficiale — non era arrivata a capire.

Mi confessa che a volte dover seguire Nicola sulle pareti più aggettanti, spesso all’ombra perché ci sia la condizione giusta per il passaggio estremo, le pesa. Brentino, per esempio, è un posto che odia visceralmente: per il ripidissimo sentiero di avvicinamento, per il rumore dell’autostrada in fondovalle, e perché le vie alla sua portata sono pochissime.

I due hanno quindi battezzato le loro giornate: i Nic-days e i Claudi-days. Un Claudi-day sarà una giornata solare, in posti nuovi, su una facile cresta dolomitica o su un sentiero con Nicola; un Nic-day, per Claudia, sarà una giornata dedicata alla pulizia di una nuova falesia, all’assistenza per la chiodatura di una nuova via, o alla risalita a colpi di jumar su una via lunga.

Oggi il lavoro di Claudia è quello di segretaria del gruppo delle Guide Alpine di Verona, XMountain, e segretaria della struttura di arrampicata indoor King Rock, che ha visto nascere dalle fondamenta. Un’occupazione che richiede impegno, dedizione, passione. Fervida sostenitrice dello sport dei ragazzi, organizza i corsi per loro e cerca di stabilire un rapporto che vada oltre il semplice «prendo i soldi e carico la tessera».

Osserva le dinamiche che si instaurano: i gruppi di anziani che vengono a scalare al mattino, i genitori che si avvicinano e cominciano ad arrampicare grazie ai figli, i genitori che continuano anche dopo che i figli hanno smesso. Tutto questo senza che lei ami particolarmente la plastica: in certe giornate di sole vorrebbe poter dire agli avventori del King Rock: «ma cosa venite a fare qui? Andate ad arrampicare al sole!».

La questione dell’alpinismo femminile sta molto a cuore a Claudia, fin da quando era ragazza.

Il libro «Donne in cordata», dell’inglese Cecily Williams, pubblicato nel 1978 dalla casa editrice Dall’Oglio, parla di alpinismo al femminile, e dimostra che anche le ragazze possono fare cordata insieme e confrontarsi, libere da pregiudizi, con le usuali cordate maschili. Diventa subito la Bibbia e la bandiera di Claudia.

Claudia mi conferma che oggi la percentuale femminile tra gli scalatori è aumentata sensibilmente negli ultimi anni. Spesso, però, le ragazze dopo qualche anno abbandonano l’attività, per una cultura — la nostra — che impone ancora alle donne di curare la casa e la famiglia, a discapito dell’attività sportiva.

Lei stessa ha un po’ «mollato» con l’alpinismo, e lei stessa sente il senso del dovere verso la propria casa: un fatto culturale con cui dobbiamo convivere. Lo stesso fenomeno lo vede nelle sue amiche.

A un certo punto della sua vita alpinistica — siamo nel 1995 — Claudia incontra l’associazione internazionale di donne alpiniste Rendez-vous Hautes Montagnes (RHM).

RHM viene fondata nel 1968 dalla baronessa Felicitas von Reznicek (1903-1997) come network per mettere in contatto le donne alpiniste, allora ancora poche. L’associazione vive grazie a tre tipi di raduni annuali: quelli estivi, focalizzati sull’arrampicata; quelli invernali, sul ghiaccio; e quello di sci-alpinismo.

Dal sito dell’associazione apprendiamo alcune informazioni interessanti.

«La baronessa, al primo raduno, riuscì a far partecipare l’alpinista statunitense Jane Coble. Negli anni successivi, superando barriere politiche e ideologiche, i raduni si sono popolati di alpiniste di tutta Europa. Si tengono in Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Regno Unito, Spagna e Norvegia, e sono organizzati dal gruppo di alpiniste del Paese ospitante.

Ogni nazione ha una delegata che, insieme alla Presidentessa, costituisce la struttura — molto leggera — del Rendez-vous: non ha alcuna forma giuridica né statuto interno. È una libera associazione, non una società.

Per i primi decenni si trattò di un raduno a inviti, riservato alle più importanti alpiniste: Loulou Boulaz, Yvette Vaucher, Jeanne Franco, Silvia Metzeltin e perfino la polacca himalayana Wanda Rutkiewicz.

Nei venticinque anni successivi il carattere del Rendez-vous è cambiato in profondità: si è aperto al mondo dell’arrampicata sportiva, inserendo nelle mete luoghi adatti sia alle alpiniste sia alle climber.

Oggi, tutte le donne in grado di muoversi in autonomia nell’ambiente alpino, salendo da capocordata itinerari di almeno V grado, possono partecipare.

Il Rendez-vous rappresenta uno spaccato di una parte di universo femminile in cui le donne, consapevoli delle proprie capacità e potenzialità, vivono questa esperienza di vita sportiva in comune, in libertà e autonomia.

… un aspetto importante caratterizza il nostro ritrovarsi: una ricarica vicendevole di energia positiva e di grande entusiasmo è ciò che resta nel cuore fino al prossimo incontro».

Nel 1994 Claudia scrive una lettera a Silvia Metzeltin — celebre scalatrice svizzera, autrice della prefazione del libro «Donne in cordata» e referente italiana di RHM — per chiederle di poter partecipare. Tornando dopo una settimana di cascate, trova in cucina la lettera con la risposta positiva, e con sua somma gioia non riesce a credere di poter entrare in quel mondo femminile. Comincia subito a partecipare con passione ai raduni estivi e a quelli di sci-alpinismo, fino al 1999, quando organizza il primo raduno di cascate di ghiaccio, la sua grande passione.

In un periodo in cui non c’è internet, attende con trepidazione le prime conferme via fax e via lettera. Alla fine arrivano una ventina di ragazze da tutta Europa per andare insieme a fare ghiaccio ad Alleghe.

Claudia si appassiona così tanto all’associazione da diventarne Presidentessa nel 2013, insieme a Isa Bonicalzi.

Oggi il sogno di Claudia è poter fare lunghi trekking di un mese con Nicola, in posti selvaggi e poco esplorati.

Un aneddoto raccontato da Claudia Cuoghi

La Cima del Coro

Da sempre mi piace esplorare la montagna e andare a mettere il naso nei posti che presentano particolarità «speciali». Sulle Pale di San Martino, la Cima del Coro è una cima speciale per me. Poco sotto la vetta c’è un enorme buco passante, dal versante sud al versante nord, da cui passano quasi tutte le vie. Ho salito tante vie su questa cima — a volte ripetendo lo stesso itinerario due o tre volte — proprio per quella particolarità naturale. Sandro Timillero, l’allora gestore del rifugio Treviso, ha sgranato gli occhi quando, in primavera, con mia sorella, abbiamo «aperto» la stagione e siamo salite per prime, quell’anno, sulla Cima del Coro: ovviamente ci ha interrogate a lungo per avere informazioni sulla discesa, piuttosto impegnativa. E a fine ottobre, con Matilde, quando siamo arrivate disidratate al rifugio sognando per tutto il giorno un chinotto, Timillero stava inchiodando le porte del rifugio in chiusura.


Pubblicato

in

da

Tag: