Gianni Rodighiero nasce a Venezia il 14 novembre 1951, ma con la famiglia si trasferisce subito a Verona. Comincia a lavorare a quattordici anni come fornaio, prosegue in fabbrica e nell’83 approda negli uffici comunali. Nel mezzo, si sposa e ha due figli.
In questa biografia essenziale, dov’è l’alpinista? Sembra non esserci traccia. Eppure Gianni, nel 1978, vince il Premio Biasin.
La sua storia in montagna è — parole sue — un po’ anomala. Il primo contatto con la roccia arriva tardi, a venticinque anni. Tardi per quei tempi: oggi è normale iniziare a scalare anche dopo i quaranta, allora chi cominciava dopo i venti era già considerato in ritardo. Del resto, una volta si iniziava presto e si finiva altrettanto presto: a quarantacinque anni, per molti, era già tempo di camminate. Anche in questo Gianni è stato anomalo. «Il mio obiettivo era arrivare ad arrampicare fino a settant’anni», dice. E oggi è sulla buona strada.
Faccio un passo indietro. Ventenne, volontario in Croce Verde, riceve l’invito del Cola (Nereo Marini del GASV): «Parchè no vegnito mia là a provare?» — perché non vieni là a provare? Così Gianni conosce la palestra di Stallavena, che diventerà uno dei suoi posti preferiti per allenarsi in vista delle scalate dolomitiche.
Era il 1976. Nell’agosto dello stesso anno arrivano le prime scalate alpinistiche classiche, di media difficoltà, sul Baffelan in Piccole Dolomiti e nelle Dolomiti «vere». Tra i primi compagni di cordata, e maestri, c’è Beppo Zanini (Premio Biasin 1980), con cui Gianni vive l’avventura che forse si può considerare il vero inizio della sua attività alpinistica.
Sono sulle Pale di San Martino. In salita fila tutto liscio, ma la discesa Gianni se la ricorda ancora. La traccia è tortuosa, sbagliano canalone, e devono attrezzare delle doppie nel buio ormai sopraggiunto. «Lu el savea cosa ‘l fasea… ma mi no!» — lui sapeva cosa faceva, ma io no. Era quasi la prima volta che vedeva quel metodo di discesa. Seguono due notti di rimuginamenti: continuo o mi fermo? Vado lo stesso.
Così Gianni diventa dolomitista, e lo sottolinea con orgoglio. La sua roccia è solo Dolomia: niente granito, niente ghiaccio. C’è una ragione personale dietro questa scelta: vuole fare Dolomiti fino a quarant’anni e solo dopo buttarsi sul resto delle Alpi.
Brucia le tappe, ripete vie difficili, batte parecchi record, e questa velocità gli vale il Premio Biasin in soli due anni di attività. Segue le tracce di Detassis e Aste: «Alpinisti normali, che lavoravano ed erano molto appassionati. Erano un po’ come me. Io sono un operaio alpinista!». Lo spinge un’energia che lo pervade ogni volta che torna a casa. Racconta della sensazione del lunedì mattina, di rientrare in fabbrica dopo un fine settimana passato a scalare: si sentiva carico, raccontava ai colleghi le avventure e già progettava le successive.
Il suo alpinismo dolomitico spazia senza etichette di genere. Gianni scala perché gli piace farlo, punto. Non è un teorico dello stile o della tipologia: è un appassionato che cerca soddisfazione. La stessa che gli danno le altre passioni che ha coltivato — la cucina, l’arte, la lavorazione del legno, il calcio (grande tifoso del Milan), i fiori, i gioielli per le donne della sua famiglia.
Aveva capito che corda e scarpone non sopperiscono a un buon allenamento: «Il primo attrezzo sei tu, in seconda battuta vieni supportato da un buon materiale». Aveva quindi studiato allenamenti metodici, efficaci e compatibili con la famiglia. Appena gli capitava mezz’ora libera correva alle mura di Porta Palio per fare traversi e passaggi difficili sulle pietre svase; oppure si ritagliava qualche pomeriggio per andare a Stallavena, e fare su e giù slegato le tante vie di sesto grado che in quel periodo si stavano chiodando. Allenarsi slegato gli costava qualche rimprovero, ma lui replica che nessuno può consigliargli come vivere, perché non esiste un metodo universale. «Sono perché sono. Io sono così. Se mi cambiano all’origine, non sarò più lo stesso, nemmeno davanti alla mia famiglia, verso la quale ho delle responsabilità».
A Stallavena ha la possibilità di conoscere molti uomini che diventeranno suoi compagni di cordata in Dolomiti. Li osserva, cerca di imitarli: non si sente dotato, sa di avere bisogno di un allenamento meticoloso, e quindi guarda con attenzione. Per lo stesso motivo, davanti a ogni nuova parete si pone come «studioso» della roccia. La inquadra, la osserva con occhio indagatore, sa di non avere quella dote che permette di salire ovunque a vista: prima deve conoscere, valutare, prepararsi di conseguenza. Come in Verdon: solo l’ultimo giorno della settimana lì passata aveva cominciato a sentirsi a suo agio, e tornato a Verona con gli amici cercò una parete che ne ricordasse le caratteristiche. Da lì comincia ad attrezzare la falesia del Cubo, in Val d’Adige.
L’attività di Gianni non è stata tutta rosa e fiori. È costellata da tre incidenti gravi. Il primo capita a Stallavena, a trentasette anni: riprende caparbio, ma decide di modificare i progetti futuri sulle altre Alpi. Poi arriva quello sul Sella: stava scalando il primo tiro di una via seminuova, dove la traccia non era ancora ben evidente, teneva il collo all’insù per cercare il giusto percorso. Era ormai uscito dal passaggio difficile quando si ritrovò a terra, senza riuscire a darsi un perché. Ma anche stavolta, chi poteva fermarlo? Un anno dopo era pronto a ripartire. E arriviamo ai primi anni Duemila: di nuovo Stallavena, di nuovo una brutta caduta, questa volta per una fatale svista su un nodo. Anche stavolta Gianni è tornato alla roccia: «Ho sempre ripreso, perché ce l’ho avuto dentro».
Oggi Gianni ha alle spalle quarant’anni di attività ininterrotta. Voltandosi indietro vede tutto ciò che è cambiato nell’arrampicata — anzi, lo ha vissuto sulla pelle. Dallo scarpone si è passati alla scarpetta leggera. Sono cambiati anche i luoghi geografici che hanno segnato le epoche alpinistiche: dalle palestre del Medale, sopra Lecco, si è arrivati alle pareti di Arco e della Valle del Sarca, luogo simbolo di un nuovo modo di concepire l’attività su roccia.
Qualcosa è cambiato anche dentro di lui. Negli allenamenti, per esempio, ha cominciato a usare la corda: dice che, venendo meno l’allenamento, anche i pericoli si sentono più vicini.
C’è però qualcosa che, nell’intimo, in Gianni non si evolve. Quando portava a termine una scalata progettata da tempo era come portare a compimento un’opera: creava. Quel fermento — far nascere sempre un nuovo progetto — continua oggi a tracimare dalla sua voce, senza esaurirsi. Che sia un’arrampicata, una scultura in legno, una buona pietanza, un letto per il figlio o un braccialetto per la moglie, poco importa: Gianni è sempre in fermento.
