Flavio Ghio non è un alpinista veronese, è di passaggio. Eppure Verona resta una tappa fondamentale del suo percorso di vita, e calarsi in quel suo tempo — il 1973, ventidue anni, nato nel 1951 — serve a capire come appariva la Verona alpinistica agli occhi di chi veniva da fuori.
Lascio la parola a Flavio.
“Verona è stata una scialuppa di salvataggio stupenda, inattesa dopo il naufragio di un mondo per me vitale: la morte di Enzo Cozzolino e la partenza per la naja.
Su quella specie di arca di Noè, io bestia, ho trovato alpinisti appassionati che parlavano un dialetto simile al mio. Così ho potuto ritrovare un po’ di equilibrio.
Ci sono due persone a cui mi sento più legato, anche se ciò che ho riconosciuto in loro non si riassume nei fatti accaduti: uno è Gerardo Gerard, l’altro è il Cola, che purtroppo non c’è più.
Gli altri nomi sono sullo sfondo, insieme alla sigla mitica del GASV, ancora più mitica quando la si fa risuonare come l’ho sentita: gasvù.”
Questo è un periodo di passaggio e di transizione, dal 1973 al 1980: si passa dagli scarponi alle pedule semi-rigide, fino alle scarpette, attraversando per un tratto le scarpe da basket.
“Inizio raccontandoti come ho visto Verona nel 1973.
Era un’ostrica che aveva una perla preziosa: Stallavena. Per me la divisa, i monti lontani, i miei crucci sparivano la domenica, quando con una borsa, un cordino, un paio di moschettoni e un paio di Superga prendevo la corriera della Valpantena per scendere a Stallavena, puntando a quell’anfiteatro di rocce in alto che sembrava una zip per aprire il settimo cielo.
Si dice che in certi sogni ti senti sfiorare dal vento della felicità; è così che impari a riconoscerlo sempre, anche quando gli altri non se ne accorgono e ti fanno sentire un po’ scemo.
Arrampicando da solo, a me Stallavena sarebbe bastata. Non mi interessavano le altre persone, ma l’ambiente alpinistico di Verona era così aperto che fu impossibile non entrarvi.
Era un luogo di pari, non perché fossero tutti uguali, ma perché uguale era il rispetto che ciascuno aveva per l’altro. Questa è un’altra perla di Verona.”
Flavio chiude il ricordo di Verona con un’immagine di quell’ambiente, fuori dagli astratti concetti.
“C’era un ragazzo, con cui ho arrampicato e di cui non ricordo il nome, che lavorava nella salumeria dei genitori. Un giorno andai lì per concordare un’uscita. La madre, appena mi vide — non ci conoscevamo —, mi chiese: ‘vuto un paneto?’
Quell’ambiente non stava mai a guardare: dava sempre qualcosa, anche piccola, per metterti a tuo agio.
Quello di Verona è stato, per me, un ambiente a misura d’uomo.”
