
Immagino, centinaia di migliaia di anni fa, scimmie umanoidi accucciate nella grotta di Stallavena a guardare la pioggia battere sugli strapiombi di Ceredo. O affacciate dai grottoni di Castel Presina sulla grande valle d’Adige.
Niente strade, niente ferrovie, nessuna segheria di marmo a macinare rumore tutto il giorno. Il vento, ogni tanto, e il gelo d’inverno.
Le rocce c’erano già, ma per loro era come se non esistessero.
Per noi la lunga storia con la pietra è cominciata lì: prima paura, poi indifferenza, qualche volta terrore. A un certo punto qualcuno si sarà arrampicato sulle “sengie” per raccogliere legna o seguire una capra. Non era alpinismo, era sopravvivenza in una terra povera.
Molto più tardi arrivano la voglia di esplorare e lo sport all’aria aperta: nasce l’alpinismo, e con lui la frequentazione delle prime falesie, posti dove prendere le misure con la verticale.
Poi qualcuno si accorge che, per salire sul difficile, gli scarponi cominciano a stare stretti. È l’inizio di un’altra storia, che chiameranno free-climbing, poi arrampicata libera, sportiva, alla fine solo arrampicata.
Questo libro racconta di quegli anni: le prime scarpe da basket strette ai piedi, poi le scarpette vere, e ragazzi che scoprono di colpo una dimensione nuova.
Sulle riviste di montagna, pensate e stampate a Torino, si parlava di Nuovo Mattino come se la rivoluzione fosse roba solo del Nord-Ovest. Non era così. Anche da noi, a Verona, il modo di stare in parete stava cambiando. Solo che nessuno si era preso la briga di dargli un nome.
Mi sono messo nei panni dello storico, un po’ a fatica. Come un presbite che mette a fuoco bene da lontano e fa più fatica da vicino: i primi anni della nostra evoluzione sulle rocce li inquadro abbastanza, sugli ultimissimi conviene aspettare che la storia si depositi.
Storie locali, non storie minori
L’espressione “la storia siamo noi” è il celebre ritornello dell’omonimo brano di Francesco De Gregori. Il suo significato centrale è un messaggio di responsabilità collettiva e inclusione: la Storia non è fatta solo dai grandi leader, dai generali o dai potenti, ma è il risultato delle azioni quotidiane di tutte le persone comuni.
Perché inchiodarsi alla scrivania per recuperare quarantacinque anni di storia alpinistica, dal 1973 a oggi? Me lo sono chiesto più volte, mentre lo facevo.
Gli amici — vecchi e nuovi — mi hanno spinto ad andare avanti. Le persone che ho intervistato anche.
Resta la domanda di fondo: perché vale la pena recuperare una storia che è quasi tutta orale?
Pensiamo all’alpinismo come a un mondo a parte, popolato di campionissimi sponsorizzati e lontani dai mortali che provano a imitarli. È una storia ingessata, e in fondo non ci interessa.
Quella di cui parliamo qui è altra cosa: amici, compagni di corda, una passione che è durata e dura ancora. Una storia di evoluzione vera.
Flavio Ghio me l’ha scritto in modo che non ho saputo dire meglio: «a Verona si sono viste tante persone, alpinisti, speciali che abitano solamente l’oralità e che si affacciano nel ricordo, accompagnate dal cruccio di essere destinate all’oblio. Anche per questo la storia locale è giusta e può evitare che qualcuno dica: tanto tutto passa».
Non so se sono la persona giusta per questo lavoro. Sospetto sarà più ingrato di quanto credo adesso. So però che qualcuno doveva metterci le mani.
La cosiddetta storia
La storia è un continuum, non si interrompe mai davvero. Gli storici, però, amano tagliarla a fette e dare un nome a ogni periodo. Sono semplificazioni utili: servono a vedere dove qualcosa è cambiato.
Lo stesso vale per la nostra storia minore — che minore non è.
Dalle interviste sono usciti quattro periodi, ciascuno con tecniche, idee, luoghi e protagonisti propri. Proverò a raccontarli uno per uno.
Ho parlato con chi ha vissuto uno o più di questi periodi, con qualche meteora passata in fretta e con qualcuno che li sta attraversando ancora tutti e quattro.
