Gli alpinisti provano sempre a cavarsela da soli. In fondo ci piace rischiare, ma poi vogliamo tornare a casa “by fair means”.
Poi succede che le cose vadano storte, e a quel punto ci ricordiamo degli angeli del Soccorso Alpino e li chiamiamo, di corsa.
Ma a Verona, chi sono? Cosa fanno, e perché lo fanno?
Per capirlo incontro Roberto Morandi, attuale capostazione di Verona, Marco Vignola, che ha tenuto quel ruolo per tredici anni, e Luigi Gozzo, uno dei fondatori del Soccorso veronese.
Tre persone di età diverse — Roberto è del 1967, Marco del 1961, Luigi del 1943 — che hanno attraversato fasi diverse della storia del soccorso, con lo stesso spirito di condivisione e di volontariato.
Il Soccorso a Verona nasce quasi per caso, in modo spontaneo, nel 1968 in casa al GASV (Gruppo Alpinistico Scaligero Veronese). Presto si allarga alla Scuola di Alpinismo Priarolo, raccogliendo molti dei suoi istruttori; nel 1971 entra a far parte del Corpo Nazionale Soccorso Alpino, e nel 1976 la squadra di Verona si stacca dalla stazione di Recoaro Valdagno per diventare autonoma.
Sfogliando i documenti e ascoltando i racconti dei miei tre interlocutori, escono i nomi dei primi fondatori: Gabriele Lazzarini, Giorgio De Rossi e Nereo Marini, detto Cola.
Quello che emerge subito è una tensione costante al miglioramento, all’uso di una tecnologia in continua evoluzione per individuare e salvare vite umane con efficienza. Anche trovare una sede adatta è stato un problema tutt’altro che secondario: «me ricordo de quando il materiale era nel garagetto della nonna di Ugo…» dice Luigi Gozzo.
Nel 1968 arriva Willy, la prima jeep, un residuato americano della Seconda guerra mondiale. La vera svolta però è del 1975, con l’ingresso di “sua maestà l’elicottero”, reduce dal Vietnam, chiamato così per la rivoluzione che porta nelle tecniche di soccorso.
All’inizio non c’era nulla: poche risorse, volontariato e tanta buona volontà. Persino le piazzole per l’elicottero sul Baldo e sul Carega andavano inventate sul posto, perché in natura non esistevano!
Si partiva senza radio e quindi senza sapere praticamente nulla di ciò che si sarebbe trovati. In un intervento sul canalone Osanna, sul Baldo, Luigi si è ritrovato a costruire una barella di fortuna intrecciando rami di mugo.
Era un tempo in cui l’inventiva sopperiva alla mancanza di metodo, tecnica e attrezzatura specifica.
Il soccorso ha sempre attirato i migliori alpinisti di Verona. Fra i volontari della stazione, per citare solo alcuni dei nomi più prestigiosi, sono passati Giampaolo Stella, Milo Navasa, i fratelli Chierego, Silvano Brescianini, Sergio Faccioli.
Tutti i componenti della squadra sono perfettamente addestrati per intervenire ovunque sul nostro territorio, comprese le pareti più impegnative della Val d’Adige. Oggi la squadra può contare su elementi di punta come Cristiano Pastorello, Andrea Rabezzana, Umberto Furioni, Marco Vignola e Pierluigi Ferrari, e questo dà parecchia tranquillità!
Una volta si entrava nel gruppo in modo semplice: dopo un anno la squadra votava per confermare o meno la persona, valutandone anche le qualità umane.
Oggi il percorso di ingresso è strutturato con selezioni rigide su roccia, ghiaccio e sci: «siamo sempre sotto esame» mi confessa Marco Vignola.
Le esercitazioni continue, una domenica al mese, e i turni di reperibilità fanno sì che, oltre al soccorritore, anche la famiglia si senta costantemente ingaggiata.
Anche se a Verona sono molti quelli che scalano in falesia, la gran parte degli interventi riguarda gli escursionisti, soprattutto attorno alla funivia di Malcesine e nella discesa del Vajo dell’Orsa, un’autentica trappola, più pericolosa dell’arrampicata.
Nel 2016, nella zona di Malcesine, si sono concentrati 23 interventi sui 58 complessivi dell’anno.
Con la diffusione dei cellulari, oggi gli escursionisti chiamano spesso, a volte anche per niente.
La riconoscenza, invece, resta merce rara: «se dovessi tenere il conto di tutte le cene promesse, sarei fuori ogni sera» mi confessa Roberto Morandi.
E la tecnologia, oggi, quanto pesa? Roberto dice che aiuta molto, ma non risolve. La parte che rimane complessa, almeno sul nostro territorio, è la ricerca: serve un grosso sforzo di coordinamento delle risorse e di dialogo con i vari enti che operano in zona.
La cartografia digitale e la mappatura GPS dei sentieri permettono oggi di conoscere il territorio in grande dettaglio. Sul furgone di appoggio alla squadra di ricerca, dotato di antenna satellitare, sono diventati indispensabili due computer e una stampante per trasmettere i dati.
Anche la geolocalizzazione dei cellulari dei dispersi è di grande aiuto. Il vero ostacolo qui è la normativa sulla privacy, che impedisce l’identificazione immediata della cella.
Paradossalmente, con tutte queste informazioni a disposizione, alcuni tipi di intervento di ricerca si possono risolvere stando tranquillamente a casa. E forse anche certe tipologie di soccorso cambieranno nel prossimo futuro.
Si affaccia un’altra promettente tecnologia: quella dei droni, che i nostri stanno già sperimentando.
Tutta questa tecnologia, insieme alle nozioni sanitarie da padroneggiare, ai corsi di formazione con relativi esami, agli aspetti comunicazionali e al marketing che serve come volano di finanziamento, porta oggi il Soccorso Alpino lontano anni luce da quell’avventura iniziata alla fine degli anni Sessanta, quando — come mi racconta Gigi Gozzo — «una volta i soldi li anticipavo io per l’attrezzatura». Marco Vignola conferma che questa pratica dell’anticipo personale è andata avanti fino a pochi anni fa!
Anche la parte burocratica, e il rapporto con mille e più organizzazioni pubbliche, è cresciuta in modo impressionante.
Eppure è grazie alla tenacia di autentici problem-solver come Gigi che il Soccorso si è evoluto, mentre lo spirito di corpo, di solidarietà e di volontariato è rimasto identico.
Dai colloqui con Roberto, Marco e Gigi emerge anche un’altra cosa: la “psicologia dell’emergenza” che rapisce il soccorritore. Come un medico di pronto soccorso, smette di distinguere fra vita personale, famiglia e l’emergenza della chiamata che può arrivare in qualsiasi momento. Un peso che ricade inevitabilmente sulla famiglia, costretta a piegare i propri programmi ai turni del proprio caro.
Sfogliando le fotografie del nostro Soccorso negli anni, si vedono tante barbe e solo uomini. Aspettiamo quindi con impazienza la prima ragazza che entrerà come volontaria in squadra!
