I Nani

Nei primi anni ‘80 si forma a Verona un gruppo spontaneo, figlio di quella seconda metà degli anni Settanta. Per raccontarlo mi affido a Cristiano Tedeschi, che parte dal nome.

«Gli aborigeni australiani credono che una cosa esista nel momento in cui riceve un nome. I Nani hanno avuto nome e genesi un lontano pomeriggio sulle paretine di Avesa. Il nucleo che ha originato quel nomignolo e quello spirito dissacratore era composto da Beppo Zanini, Bruno Bettio, Stefano Tedeschi, Dario Grassi e dal sottoscritto.»

I Nani non nascono dal nulla. Due figure hanno fatto da riferimento: Silvano Brescianini e Nereo Marini, detto Cola. Non hanno accompagnato i ragazzi da padri putativi: sono saliti in parete con loro, con questo branco di giovinastri scatenati. Sono stati protagonisti del cambiamento, non testimoni.

Per capire lo spirito del gruppo conviene rileggere un articolo di Bartolo Fracaroli, “Arrampicatori tutto l’anno”, uscito su L’Arena tra il 1979 e il 1980.

«Un lustro fa erano i Sette Nani, adesso sono i Nani soltanto, dato che sono almeno triplicati. Tra i venti e i trent’anni, maschi e femmine (sissignori), studenti pochi e operai molti, qualche impiegato. Tutti disincantati, schivi di esibizionismo e retorica, non intrappolabili con mozioni degli affetti e agapi fraterne, ma pronti a passare ore in sede al Gruppo Alpino Scaligero Veronese che li ospita, a discutere di etica ed estetica. Pronti a dichiararsi orfani di una cultura, una tradizione, una scuola, un riferimento del settore, ma ormai ben decisi a rifiutare appropriazioni e mani tese. Cronicamente a corto di denaro e dignitosamente parsimoniosi: soggiorni in tenda, niente beveroni prima e dopo la performance, strippate al bando, materiale giusto sì, la guida aggiornata anche, l’imbrago ultimo modello se lo metta il parvenu, perché il consumismo non attacca. Critici verso se stessi e verso gli altri, ma aperti al confronto e pronti ad accogliere chiunque chieda compagnia, ospitalità, udienza, amicizia. In montagna. In parete.»

Loro arrampicano. Dolomiti, Bianco, Rosa, ma anche Delfinato e Calanques in Francia, Pietra di Bismantova, Finale Ligure, Chiusa di Rivoli, le palestre di Arco e Stallavena. Registrano le salite, pubblicano la guida aggiornata di Alcenago dove hanno aperto vie nuove.

Arrampicano tutto l’anno, ogni domenica almeno. Hanno allargato il concetto di scalata ovunque ci sia un rapporto logico con l’ambiente, ben oltre il perimetro delle sole Dolomiti, e ben oltre la stagione canonica.

Fanno cose durissime: si parla di settimo, ottavo, nono grado. Non ripercorrono gli itinerari classici, quelli alla moda che “consacrano” uno scalatore. Tornano sulle vie aperte prima del boom dell’artificiale — spesso con solo chiodo, moschettone, staffa, daccapo — dove c’è tanta libera e i chiodi servono per le soste e per la sicurezza. Hanno stima per Vinatzer, Castiglioni, Preuss, e passano dove possono. Altrimenti tornano indietro senza ferrare. Possono fino all’incredibile.

Il materiale è progredito: pedule a suola liscia (“slick”) al posto degli scarponi col Vibram, dadi, piccoli solidi e ciottoli infilati in fori e crepe per le assicurazioni volanti, lamellule, ganci e lamette per rughe, pertugi e fessure millimetriche. Il secondo di cordata toglie tutto. I prossimi ripetitori troveranno la parete intonsa.

L’atteggiamento è vitalistico, la forma fisica è essenziale. Sono esuberanti, mai guasconi. Disponibili, anche se con scarsa fiducia di essere capiti dai vecchi, e ancora meno dai reggenti dei sodalizi scaligeri — una dozzina di sigle — che accusano di arretratezza, ipoteca burocratica, ghettizzazione campanilistica. Di loro stessi parlano come di “anarchia arrampicante”.

Bruno Bettio: «Autenticamente aperti a tutti, portiamo tutti in corda, ad ogni livello, e siamo contro il consumismo in montagna. Mentre scompare la cultura della montagna io ne avverto la lacuna; mentre cresce la competitività cerco di non essere solo un collezionista di affermazioni, di capire la civiltà dell’Alpe, senza la bolsa retorica che l’ha sempre ammantata, e i montanari stessi. Vorrei un rapporto corretto, ecologico con la montagna. Se sembriamo critici, anticonformisti, è solo per partecipazione.»

Bettio, insieme a Beppo Zanini, Beppe Michelis, Stefano e Cristiano Tedeschi, è tra i Nani più rappresentativi. Sono istruttori della scuola nazionale di alpinismo del CAI. E ci sono, novità assoluta per il panorama veronese, anche le Nane. Sulle vie di quarto e quinto grado fanno cordata Cristina Marchi, Paola Marini, Daniela Peranzoni e Paola Signoretto.

L’idea di fondo è semplice: niente file di cinquanta cordate sotto la via celebre, una verifica continua tra le proprie possibilità e quello che ci si propone. Si rischia l’esasperazione, ma alla fine ne esce un alpinista più completo.

Maurizio Baccelli ricorda che in montagna si è sempre se stessi, con i propri problemi, le angosce, le contraddizioni. «Non serve a niente volersi esorcizzare, scappare, realizzare arrampicando. Il rapporto deve essere di confronto dialettico, non di verifica esornativa. Le frasi del tipo “la montagna ha voluto un’altra vittima” o “Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna” sono solo scompiscievoli e false.»

Silvano Brescianini, istruttore nazionale di sci-alpinismo: «Ho cominciato quando ancora c’erano dei miti. A Verona è mancata una figura carismatica — Giancarlo Biasin è morto troppo presto per esserlo — e abbiamo carenze di esempi e di preparazione. Il merito di questi ragazzi è nella disponibilità, in un rapporto umano altrove inesistente, fino alle manifestazioni fascistoidi di certi reduci dell’alpinismo. Le gite sociali sono alienanti, non insegnano nemmeno la sicurezza. L’alpinismo attivo non è incentivato, quasi fosse estraneo alla funzione sociale dei gruppi, tutti alloggiati nelle loro celle claustrali mentre il mondo cammina.»

Paolo Butturini, altro Nano: «Dovunque bisogna adattarsi a un cliché, ci sono argomenti tabù. Con noi ognuno rimane se stesso. Nessuno comanda, e quando c’è una cosa da fare la si fa in scioltezza.»

Vanno avanti da soli, proprio perché tali si ritrovano. Sono fortissimi arrampicatori che stanno facendo cose eccezionali, spesso in libera, senza clamori.

Pur con la loro componente anarchica, i Nani si fanno portavoce del nuovo alpinismo dentro il CAI. Cristiano Tedeschi e Bruno Bettio si mettono a riorganizzare i corsi di roccia su nuove basi.

Da diciottenni propongono di rifare il corso roccia, che a loro giudizio non è né carne né pesce, e di sdoppiarlo: uno per chi si avvicina all’alpinismo per la prima volta, uno di “vera roccia” per chi arrampica davvero. Giorgio Chierego prova a fermarli e chiede a Milo Navasa di intervenire. Milo, però, dà ragione ai ragazzi. Franco Chierego, allora presidente della commissione nazionale scuole di alpinismo, da buon politico fa propria l’idea. Nasce così il primo corso di alpinismo.

I Nani sono anche ghiacciatori. Nell’inverno del 1979, ai piedi di una cascata di ghiaccio, si presenta un quartetto: i fratelli Stefano e Cristiano Tedeschi, Gino Seneci e l’immancabile Bruno Bettio. La salgono con attrezzi che oggi farebbero tenerezza. Poco dopo si aggiunge Michele Macrì. Era un po’ destino: in quegli anni i ghiacciatori si contano sulla mano, se ne manca uno non si completa nemmeno una macchina per dividere le spese del viaggio.

Il 18 marzo 1980 i Nani tengono una serata a Verona, presentati da Silvano Brescianini, e consegnano la nuova guida di Stallavena. Liliana Tedeschi ne scrive su L’Arena.

«In sala erano presenti gli esponenti di quelle generazioni di giovani e giovanissimi ai quali i mezzi di informazione dedicano meno spazio, e sui quali potrebbe essere interessante tornare come raffronto con quelle larghe fasce giovanili bruciate nell’eversione e nella droga. I Nani, che rappresentano la nuova generazione del GASV, propongono un alpinismo alternativo, meno chiuso, settoriale ed elitario. Anche se si appoggiano sull’affermazione paradossale di non essere un gruppo, accolgono in modo articolato chiunque voglia vivere in maniera diversa l’alpinismo. La loro disponibilità è inversamente proporzionale all’obbligo alla disponibilità. Il loro modo di stare in gruppo, una spontaneità antiretorica priva di slanci eroici, culturalmente aperta, li definisce scherzosamente come “anarchia arrampicante”.»

«I Nani hanno attirato la simpatia di chi cerca nell’amicizia una fuga dalla quotidianità, il superamento dell’imprevisto e della paura, il bisogno di ricostruire la propria identità in un contatto più stretto con la natura. L’illustrazione della loro attività, fatta di diapositive con un commento parlato e sonoro a un livello eccezionale, è stata la conferma che sotto questa “nonchalance da roccia” si nasconde un lavoro serio di ricerca, di organizzazione — magari disorganizzata, come dicono loro — di tecnica e di collaborazione.»

Quella sera si passa dalle Calanques allo spigolo Delago, dalla Hermann Buhl sulla Cima Canali alla vetta del Bianco, dal Croz dell’Altissimo alla Presanella, dalla Cima Vermiglio alle Torri del Sella, dall’Aiguille du Midi alla Pietra di Bismantova, dal Delfinato alla Cima Scotoni con la via dei Fachiri, fino alle solitudini della Val di Genova e all’orrido del Verdon.

In fondo a quello che sembra un film-documentario, dopo una scelta musicale tutt’altro che casuale, compare un antico testo navajo.

Io sono una preghiera in cammino:

con un vuoto di fame, in me, io cammino

cibo non potrà riempirlo.

Con un vuoto di spazio in me io cammino

nulla potrà riempirlo.

Con uno spazio di solitudine in me io cammino…

col dolore di grande bellezza io cammino.


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