Epilogo

Mi capita, a volte, di pensare a come saranno queste pareti tra qualche centinaia d’anni. O forse qualche migliaio. Non lo so.

Magari ai loro piedi ci saranno di nuovo scimmie sopravvissute al day after, ad acchiappare lucertole tra i blocchi della Sgrenza. Magari ci saranno umanoidi interconnessi a una rete che oggi non sappiamo neppure immaginare, e l’arrampicata sarà rimasta solo come parola — un gesto da fare al chiuso, su appigli di plastica colorata, o dentro una realtà virtuale in cui il vento non ti sferza davvero la faccia e il calcare non ti consuma i polpastrelli.

Oppure, semplicemente, tutto sarà come oggi. Qualcuno camminerà su per il sentiero che porta a Ceredo, alzerà lo sguardo, e penserà: “Di qui si può salire. Si può aprire una bella via”.

Con un ottimismo che non sono mai riuscito a curare, propendo per quest’ultima ipotesi. Mi piace pensare che le nuove generazioni continueranno a trovare pareti da esplorare, linee da immaginare, compagni con cui dividere una giornata in falesia e una birra al ritorno. Mi piace pensare che qualcuno, magari, leggerà queste pagine in una sera d’inverno, e il giorno dopo andrà a vedere — solo per curiosità — una di queste falesie che ho cercato di raccontare.

Se così sarà, allora queste pagine avranno fatto la loro parte. E io, da qualche parte, sarò contento.

Massimo Bursi


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