Dal 1983 al 1990

Il periodo successivo vede l’esplosione dell’arrampicata a Verona, in Italia e nel mondo. Si parla di “free-climbing”, ma più della parola contano i fatti: si scala in libera, si usano i nuts al posto dei chiodi, gli spit cambiano l’approccio alle placche lisce di calcare. Si colonizzano nuovi siti, che si cominciano a chiamare falesie.

A Verona si scoprono soprattutto le vie a più tiri di un paradiso verticale: Brentino, cioè le bastionate — inferiore, mediana e superiore — del monte Cimo. Il 1983 segna l’inizio dell’esplorazione, con la prima via sul grande diedro a placca visibile dal fondovalle.

Sergio Coltri con i suoi compagni di Caprino e i parmensi guidati da Alberto Rampini (CAAI) aprono itinerari impegnativi sulle placche verticali della Val d’Adige. L’attività si allarga in fretta: da Marciaga a Garda alla Placca d’Argento, tutta la valle viene presa d’assalto.

Nascono anche le prime gare. Non a Verona, ma con un veronese che ne farà la storia in Italia e in Europa: Nicola Sartori.

È il decennio del boom, anche mediatico. Gli scalatori aumentano a vista d’occhio. Per la prima volta accanto ai ragazzi si avvicinano davvero anche le ragazze, spinte dai film di Patrick Edlinger diffusi da Jonathan – dimensione avventura, il programma televisivo di Ambrogio Fogar.

Cambia anche l’estetica: colori sgargianti, fascia in testa, magnesite, fuseaux, scarpette. Quando fa freddo arrivano i primi pile. È un fenomeno di costume a tutti gli effetti.

Si avverte per la prima volta un distacco netto tra arrampicata di fondovalle e alpinismo. Ci sono ragazzi che iniziano a scalare nelle tante falesie di Verona e lì restano. Non sentono il bisogno di andare in montagna. La falesia ha ormai una dignità autonoma.

La via simbolo del periodo è Canto del Cigno, aperta sul Sass de Mesdì da Sergio Coltri e Carlo Laiti nel 1985. Centosessanta metri, 7a+. Una salita mista, libera e artificiale, con uso esteso dei cliff su goccia, liberata a vista da un giovane Nicola Sartori.


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