Dal 1973 al 1982

All’inizio degli anni Settanta l’alpinismo a Verona si muove poco. Milo Navasa, Claudio Dal Bosco e Franco Baschera hanno aperto molte vie in artificiale e in libera, ma ormai tornano spesso a Stallavena per ripetere, con lo stesso stile, le solite quindici vie di sempre.

I giovani — Gerardo Gerard, Andrea Taddei, Lino Ottaviani, Gianni Rodighiero, Franco Sgobbi, Gino Seneci — imparano dai vecchi e ne ricalcano lo stile, fatto di scarponi e staffe.

È un vicolo cieco. Serve qualcosa che inneschi un cambiamento, un agente esterno. E arriva.

Tutto comincia nel 1973, con persone precise e fatti precisi.

Quell’anno, a Stallavena — il termine “falesia” non esisteva ancora, si parlava di palestra di roccia — i giovani alpinisti, scarponi ai piedi, vedono arrivare un militare che nessuno conosce. Si cambia, indossa una tuta da ginnastica e un paio di scarpe da tennis con la suola bianca e liscia. Niente scarponi.

È magro, snodato. Si lancia in passaggi che lì non si erano mai visti. Si muove come se la fatica non lo riguardasse, una specie di danza verticale. Spezza in pochi minuti la monotonia di quell’ambiente.

I ragazzi gli si avvicinano e gli chiedono cosa fa e come lo fa. Lui si chiama Flavio Ghio. L’anno prima ha aperto la via dei Fachiri su Cima Scotoni con Enzo Cozzolino, il “Grongo”. Racconta delle ore di allenamento quotidiano, della dieta, di uno stile di vita che a Trieste, la loro città, gli è valso il soprannome di “fachiri”. Lui ed Enzo formano “la cordata senza corda” e spingono al massimo quella che allora viene chiamata super-libera: l’arrampicata in free-solo.

Cozzolino è morto da pochi mesi, nel giugno 1972, arrampicando in solitaria sulla Torre di Babele in Civetta.

Ghio passa l’anno di militare a Montorio. Arrampica a Stallavena e soprattutto in Dolomite con i giovani di Verona, che restano spiazzati da un alpinismo diverso: allenamenti estenuanti, una mentalità che porta a riconsiderare le rocce di casa, passaggi boulder, pareti strapiombanti, attrezzatura essenziale. Uno stile fatto di arrampicata sostenuta, rischiosa, spesso solitaria, anche attaccandosi ai chiodi dell’artificiale.

Nel corso del 1973 lo si vede spesso in tre: Gerardo Gerard e un compagno in cordata, seguiti o preceduti da Ghio in solitaria.

La testimonianza e l’esempio di Flavio Ghio segnano l’inizio di una rivoluzione. È lui che innesca il passaggio dall’alpinismo classico, di matrice estetico-spirituale, a un alpinismo più atletico, più vicino al gesto sportivo. Dopo di lui, a Verona, le cose non saranno più come prima.

Quel passaggio è l’alfa di questa storia. E come spesso succede, l’input arriva da fuori.

Cosa rimane di quell’anno?

A Stallavena, alla destra dell’Obliqua, un passaggio difficile che i vecchi continuano a chiamare passaggio Ghio. Poco più di un segno, ma sufficiente a ricordare la meteora passata da Verona.

Nel 1973 inizia quello che altrove è stato chiamato Nuovo Mattino. A Verona non si è mai chiamato così.

È un periodo d’oro in cui i giovani scalatori si aggregano in un gruppetto chiamato “i Nani” e si ritrovano alla sede del GASV.

Il momento più vivo del gruppo è la scoperta della Chiusa di Ceraino: pareti vergini, calcare ottimo, un ambiente affascinante. Ceraino rappresenta il salto tecnico e culturale di questa generazione, che lì rompe in modo netto con l’alpinismo tradizionale.

La via simbolo del periodo è Carmina Burana alla Chiusa di Ceraino: centodieci metri di 6a, aperta da Bruno Bettio e Michele Macrì nel 1984. Una via alpinistica che segue un camino marcato e poi attraversa sopra un tetto, in grande esposizione. I Nani l’hanno individuata con intuito. Le protezioni sono rade, la ritirata dopo la terza sosta è problematica. Anche oggi richiede preparazione e testa.

Su ghiaccio questa generazione fa una scelta analoga: invece delle solite salite, comincia a scalare le cascate.

Il periodo si chiude quando il nuovo modo di affrontare la parete — ancora eroico, ma ormai distante dalla tradizione — comincia a diffondersi. Il 1982 è una data di comodo, ma rende l’idea.


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