Rottame

Andrea Ferrari su "Rottame", 8c, Ceredo (VR).
Andrea Ferrari su “Rottame”, 8c, Ceredo (VR).

Ecco. Ci siamo.

Clic il primo, clic il secondo.

È il suono provocato dalla corda passata nella catena con doppio moschettone contrapposto. Non ci sono segni d’usura, sono passati in pochi da qui.

Mi giro. Guardo la valle. Torno tra gli umani. Forse cerco un pubblico ma l’unico applauso arriva dal suono della catena moschettonata. Non sono il primo uomo che guarda il mondo da quassù, sono forse uno dei più consumati tra quelli arrivati fin qui in libera. Gli ultimi metri di corda sono stati una “mista” tossica di fatica e adrenalina.

Sensazione che fatico a descrivere, per un attimo mi sento invincibile. Tutta la mole di lavoro che ho dovuto contrattare per arrivare fino a qui è sparita. L’aratro dei tentativi falliti che giorno per giorno diventava sempre più grande e pesante, che ora dopo ora scavava e rivoltava in superficie pezzi di me sempre più profondi e inconsci… in un attimo: sparito.

Son qui, in catena.

Mi arrivano voci dal basso. Voci felici. Sanno dei miei innumerevoli fallimenti. Condividono quello che sento. Hanno i miei stessi segni sulla pelle, sanno con i calli, gli infortuni, i muscoli dolenti che ogni volo sulla corda è una opportunità per meglio costruire il proprio sogno.

Il mio è partito un giorno qualunque con un gesto banale: ho scritto “Andre 8c” con l’indelebile giallo su una bottiglia di plastica riciclata. In quel giorno qualsiasi avevo quattro anni in meno. Quattro anni di storia d’amore?

La sensazione è simile, quattro anni finiscono adesso. Mi sto lasciando. No, è riduttivo, è poco.

Sento che questa linea di roccia, strappata a una fascia di roccia gialla molto strapiombante, all’inizio molto “patocca” ma che salendo diventa sempre più solida e lavorata da canne e listelle provvidenziali, mi ha insegnato molto di più che altre esperienze di vita.

Vorrei che tutti potessero lottare per un proprio “8c”, o qualsiasi nome vogliano associargli.

Fosse solo per dimostrare a sé stessi che è possibile mutare l’immutabile.

Per questo dico “grazie” ai miei compagni di scalata, agli amici di una vita, per il supporto e le sicure, certo, ma anche perché un giorno sarà il loro turno ed io sarò sotto ad incitare, a lanciare parole felici verso l’alto.

Mi stanno calando verso terra, la catena si allontana, sale verso il cielo.

Mi faccio fermare all’altezza del fisso che mi ha visto cadere infinite volte. Quante volte appeso a questo rinvio ho pulito con cura maniacale gli appigli fonda- mentali che non ho saputo stringere a dovere. Un rito guardare le setole dello spazzolino che entrano nelle rugosità e asportano il bianco del magnesio. In modo solenne ripeto la cerimonia e ripristino il “grip” per il prossimo che salirà. Seguendo un pensiero inconscio provo a svitare con la mano il maillon del fisso. Gira, lo recupero: è l’occasione per metterne uno nuovo, questo ha già dato tanto ed è abbastanza scavato. Lo metto all’imbrago, lo porto con me: finirà “fisso” in una cornice, appeso su una parete di casa mia.

Ora non ho più scuse per rimanere sospeso in questa terra di mezzo. La catena la vedo altissima oltre la verticale.

Nonno mio, nonnino mio.

Mi stanno calando. Mi sento un rottame.

Penso a te. Sei la persona più importante della mia vita. Mi hai reso indomabile davanti alle ostilità. Ho pure vinto la forza di gravità per esserti un istante più vicino.

Spero che da lassù tu te ne sia accorto. Devo lasciarti andare.
Tornerò a trovarti.
Su altre catene, su altre vie.

Andrea Ferrari


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